Marco Cicala

Marco Cicala è nato a Roma. È un giornalista, dal 2001 inviato del «Venerdì di Repubblica». Ha curato la pubblicazione delle opere del giornalista e scrittore spagnolo Manuel Chaves Nogales, tra cui Agonia della Francia (Neri Pozza, 2014) e Juan Belmonte matador de toros (Neri Pozza, 2014). È inoltre autore di Eterna Spagna (Neri Pozza 2017) dove racconta la Spagna attraverso illustri personaggi: da Velázquez a Marisol, da Miguel Bosé a Miguel de Unamuno, Almodóvar, la principessa di Eboli o Santa Teresa de Jesús….É stato uno dei “collaboratori” del dizionario bibliografico “Vislumbres” il grande progetto del 2020 dell’Ufficio di cultura e Scienza  dell’Ambasciata di Spagna in Italia. Incontro Marco telefonicamente molto impegnato, ma sempre gentile mi regala il suo tempo con una voce calda, affabile…di un sabato rilassato in mezzo alla seconda ondata del Corona Virus.

Siamo nella macchina del tempo, delle percezioni e delle sensazioni. Quando è venuto a conoscenza o si è incuriosito della Spagna, il paese vicino? Quando l’ha visitato per la prima volta?

La mia “scoperta” della Spagna è stata innanzitutto libresca. Nella biblioteca dei miei genitori c’erano vecchie biografie dei “conquistadores” (Cortés, Pizarro…) e riviste illustrate di Storia o libri sulla Guerra civile (Hemingway, Orwell…). C’era anche il disco 45 giri di un gruppo musicale spagnolo “progre” noto anche in Italia, gli Aguaviva, che cantavano “Poetas andaluces”, su versi di Rafael Alberti. Fisicamente però ho messo piede per la prima volta in Spagna nel 1981, a 16 anni. Ero con un’associazione tipo “scouts” e rimanemmo oltre un mese. Viaggiammo in Castiglia, a Madrid, Siviglia, Barcellona. Ho un ricordo emotivo ancora molto nitido di quei giorni. Erano passati pochi mesi dal “Tejerazo”, ma a 16 anni non potevo capire la crisi politica che stava attraversando il Paese nella Transizione. Ricordo invece che circolava ancora la paura dell’ “olio di colza”. E i nostri accompagnatori ripetevano a noi ragazzini: «Girate alla larga dai churros!».

Affermi di avere scritto questo libro per due motivi. Uno, che la Spagna e l’Italia, pur avendo legami molto profondi, non si conoscono bene, l’altro motivo  che ti ha chiamato l’attenzione sono i pochi libri su questo argomento il che è abbastanza sorprendente con tutto questo intercambio di turismo, Erasmus,etc.. E siccome “non c’è due senza tre”, che dici, ci sará un terzo?

Andando in biblioteca per documentarmi, ho scoperto che dagli anni 60 del secolo scorso i libri di viaggiatori italiani sulla Spagna si erano ridotti fin quasi a sparire. Anche questo mi ha spinto a scrivere il mio. Non credo che alla perdita di interesse dell’editoria italiana nei confronti della Spagna abbia corrisposto un disinteresse degli “italiani” verso la Spagna. Mi sono fatto invece un’altra idea. O meglio, me ne sono fatte due. Da un lato italiani e spagnoli si sentono così vicini da considerarsi – sbagliando – quasi uguali. In questo modo, ritenendosi pressoché identici, si danno vicendevolmente per scontati. Come se uno sapesse già tutto dell’altro. Da qui, penso che derivi una certo, sciagurato, calo di interesse reciproco. Oggi, tanto per gli spagnoli, ma soprattutto per gli italiani, i Paesi “mitici”, quelli con maggiore “appeal”, sono ormai altri: in Europa, Regno Unito, Francia, Germania… Per non parlare degli Stati Uniti. La seconda idea che mi sono fatto la riassumerei così: nel – sacrosanto – processo di integrazione europea e di modernizzazione, cominciato con la Transizione democratica, è come se la Spagna si fosse “normalizzata”, allineata agli altri Paesi del Continente, perdendo qualcosa della sua antica identità multipla, del suo fascino originario. Fascino che per secoli era stato quello “romantico” di un Paese che era visto insieme come europeo e non-europeo, occidentale e orientale (arabeggiante, per capirci). Naturalmente si trattava di “tópicos”, ma nella percezione comune era come se la Modernità avesse cancellato quegli elementi di “esotismo” sui quali – agli occhi degli stranieri – la Spagna si era si era configurata per tanto tempo come un “mito”. Penso che questa nostalgia di una Spagna “mitica” appartenga alle generazioni di chi oggi ha 60, 70 anni o più. Nella Spagna degli anni Duemila, i giovani delle “generazioni Erasmus” (chiamiamole così per semplificare) hanno – al contrario – cercato e trovato un Paese totalmente diverso dall’immagine che se ne erano fatti i loro genitori o i loro nonni. Un Paese dinamico, innovativo, con un grande spirito di socializzazione. Un Paese dove vivere era bello e più “facile” che altrove. «Anche se mi pagano poco, qui faccio il lavoro che in Italia non sarei riuscito a trovare» mi dicevano, nei primi decenni del Duemila, tanti ragazzi che avevano deciso di stabilirsi in Spagna dopo gli studi e che lavoravano nell’editoria, nelle università, nella pubblicità, nella grafica, ma anche nell’informatica, nel commercio o nella ristorazione. Con la crisi dell’occupazione, non so quanti di loro siano rimasti ancora a Barcellona o a Madrid. Ma di sicuro l’immagine che sono fatti della Spagna ha poco o niente a che vedere con quella di un settantenne o perfino di un cinquantacinquenne come me. Aggiungo, infine, un’ultima considerazione del tutto personale: ai miei occhi la Spagna è – malgrado tutte le sue instabilità e contraddizioni politico-territoriali – il Paese che in Europa ha raggiunto il miglior compromesso tra passato e presente. Tra ciò che è stato e ciò che è. Lo stesso non può dirsi dell’Inghilterra, la Francia o perfino dell’Italia.

Io le faccio tanti complimenti per il libro, davvero bravo. Non solo è scritto bene ma  é anche accattivante, ogni personaggio ha un mondo, una vita propria ed è come un “libro di racconti” per adulti. Penso che il format é stato molto azzardato perché permette in questi tempi in cui prevale la mancanza di concentrazione e di abitudine alla lettura avere un approccio semplice ma profondo con la storia. É stata questa una scelta curata o naturale?

Peccando di presunzione, rispondo a questa domanda così: ho scritto “Eterna Spagna” come un libro che mi sarebbe piaciuto leggere. Non so se ci sono riuscito – lo decideranno i lettori – ma l’ho scritto mescolando passato e presente, mettendoci dentro più storie, aneddoti, descrizioni e incontri che riflessioni. L’ho scritto per capitoli brevi, in modo da lasciare al lettore la libertà di saltare qua e là da un capitolo all’altro, di aprire il libro e di richiuderlo a suo piacimento. Ho cercato di raccontare una Spagna inusuale, ma – in modo, spero, inusuale – anche una Spagna più “canonica”. L’ho fatto con devozione, ironia, curiosità umana e intellettuale verso un Paese che amo. Anche se non mi considero un tipo “allegro”, ho scritto “Eterna Spagna” con una certa allegria. Un’allegria che – specie in giorni sinistri quali quelli che stiamo vivendo – mi auguro di aver trasmesso al lettore. Almeno un po’.

In diverse interviste ha espresso la sua predilezione per la Principessa di Eboli (in copertina) con la quale andrebbe a bere un drink (cito), ma personaggi contemporanei del suo libro (Miguel Bosè, Almodovar, Amancio Ortega…) , con chi andrebbe a bere un vermouth?

Purché “de grifo”, andrei a bere un vermouth – e anche due – con tantissimi spagnoli del passato (da Quevedo ad Adolfo Suárez), ma non so se accetterebbero l’invito. Tra quelli del presente, che non appaiono nel libro, vorrei citare tre scrittori che ho incontrato più volte e dei quali ho grande ammirazione; in ordine anagrafico: Javier Marías, Arturo Pérez-Reverte e Javier Cercas. Una menzione speciale va però al professor Francisco Rico. Con lui non ho bevuto vermouth, ma mangiato indimenticabili percebes galiziani e un non meno memorabile cocido madrileno. Senza il suo sostegno il libro non sarebbe mai stato tradotto in Spagna.

Io raccomando il libro a tutti gli italiani  che vogliono avere uno spettro sintetico della storia della Spagna attraverso personaggi di tutti tipi (c’è anche un orologiaio). É da poco che é stato tradotto in Spagnolo con un successo inaspettato. Lui stesso é rimasto sorpreso. Ha indovinato giá il motivo?

L’editore Arpa, che lo ha pubblicato in Spagna, mi dice che il libro è stato bene accolto. Non so perché. Nessuno sarà mai in grado di spiegare davvero perché un libro funzioni oppure no. Confesso che all’inizio ero piuttosto scettico e timoroso davanti alla prospettiva di una traduzione spagnola di “Eterna Spagna”. In quanto “guida sentimentale” della Spagna, pensavo che fosse un libro più adatto a un pubblico straniero (oltre agli italiani, francesi, tedeschi, inglesi…). Mi dicevo: “Ma delle storie che racconto gli spagnoli sanno già tutto e di più! Che gliene fregherà?”. Se – come mi dicono –  il libro ha invece “funzionato” è forse perché è sempre curioso scoprire come uno straniero guarda le cose di casa tua. Ma al di là di questa spiegazione banale, credo che abbia giocato anche un altro fattore: il libro è uscito in Spagna nel febbraio 2020. In libreria, e in versione cartacea, ha dunque avuto una “prima vita” molto breve. Perché poche settimane dopo è scattato il confinamento. Bella sfiga – diremmo noi italiani. Nella sua “seconda vita”, “Eterna Spagna” è diventato disponibile solo se acquistato on line o in versione e-book.  Eppure, da quanto mi riferiscono gli editori, non ne ha sofferto troppo. Per quale motivo? Non lo so. Mi auguro che sia stato perché – chiusi in casa – i lettori spagnoli ne abbiano apprezzato il tono scanzonato e allegro (ma non frivolo, spero) ricavandone una modestissima consolazione in tempi duri. Mi piacerebbe pensare, poi, che il libro li abbia fatti viaggiare da fermi in quel Paese straordinario che è il loro.

Ha partecipato come relatore nel dizionario bibliografico sui personaggi spagnoli in Italia e sugli italiani in Spagna intitolato  “Vislumbres” che sarà lanciato il 17 novembre ed è il grande progetto di quest’anno dell’Ufficio Cultura e Scienza dell’Ambasciata di Spagna in Italia.  Il suo libro è come un piccolo dizionario bibliografico ma di Spagnoli. Ci sarà un’Eterna Italia” per noi spagnoli incuriositi dall’Italia?

Ci sarà una “Eterna Italia” solo se uno spagnolo avrà la voglia e il piacere di scriverlo.

Essendo questo il sito dell’Ufficio Cultura e Scienza, siamo anche molto interessati alla sua lunga  traiettoria di giornalista culturale. Lei ha intervistato diverse personalità della cultura spagnola, qual’é la sua intervista preferita, con chi ha apprezzato di più la conversazione?

Tra gli incontri che ho messo nel libro, ricordo con particolare intensità quello a Valencia con Rafael Chirbes che sarebbe morto pochi mesi dopo. Tra le conversazioni che invece non ho avuto il tempo di inserire, ho imparato moltissimo da quelle con due quasi omonimi: lo scrittore, da poco scomparso, Juan Marsé (che mi ricevette in casa per un intero pomeriggio) e il critico/poeta Juan Carlos Marset. Con lui credo di aver fatto l’intervista più lunga della mia vita: cominciò alle 14 in un caffè di Siviglia e, senza interruzioni, si concluse all’alba del giorno dopo in un altro bar sivigliano. Alla fine il registratore era fuso. Tra le interviste più recenti, mi sembra che sia venuta abbastanza bene quella con Fernando Sánchez Dragó. È uscita sul “Venerdì”, il supplemento settimanale di “Repubblica”, nel maggio scorso. Ma era stata fatta per telefono. Dragó in confinamento a Madrid, io a Roma. Quindi non la considero una vera intervista. Preferisco conversare con persone in carne e ossa. Spero di incontrare presto Dragó “de visu”.

Il lockdown di Marzo lo ha sorpreso a Madrid, con una situazione familiare “surreale”. Sono nati “nuovi personaggi”? Questo periodo come scrittore è stato fruttuoso o al contrario le é risultato pesante e inquietante?

Anche se scrivo, e ho persino la fortuna di essere pagato per questo, non sono uno scrittore. Sono un giornalista. Se non è un impostore, uno scrittore non dovrebbe mai pensare a chi lo leggerà. Mentre un giornalista deve sempre farlo. O almeno: a me è stato insegnato così. Ciò premesso, ho vissuto il lockdown malissimo. Perché, prima a Madrid e poi a Roma, ho trascorso tre mesi da solo. Lontano da mia moglie e dalle mie figlie che erano rimaste bloccate a Milano. Amo la solitudine ma non fino a questo punto. Non sono un asceta. Mi piace passeggiare da solo per le strade, andare in biblioteche e ed emeroteche, comprarmi un giornale e sedere in un parco, in un caffè o in una trattoria guardandomi intorno e prendendo appunti. Era proprio quanto stavo facendo a Madrid prima che il Covid non mandasse tutto all’aria. Lavoravo a un nuovo progetto di libro su poeti, artisti e intellettuali spagnoli degli anni 20/30. Da Miguel Hernández a Maruja Mallo, da Concha Méndez a Manuel Altolaguirre a María Zambrano, da Ramiro Ledesma Ramos a Ernesto Giménez Caballero… Tutte figure diversissime tra loro sulle quali stavo raccogliendo informazioni quando l’epidemia mi ha costretto a rientrare in Italia. Libri, taccuini e fotocopie stanno adesso chiusi in una decina di scatole a casa di amici madrileni. Spero di poterle recuperare al più presto. Ma da come si vanno mettendo le cose prevedo tempi lunghi.

Intervista a cura di Patricia Pascual Pérez-Zamora