Mar Sáez

Mar Sáez (Murcia, 1983) è un’artista multidisciplinare che lavora con la fotografia, il testo, il video e il suono. Laureata in Psicologia e Comunicazione audiovisiva presso l’Università di Valencia, ha approfondito i suoi studi e si è specializzata in fotografia contemporanea, teoria e progetti artistici. Nel suo lavoro cerca di esplorare la complessità dell’identità e della biopolitica, cercando di fare un ritratto, dall’interno, delle realtà che la riguardano. Il suo lavoro è stato esposto a livello internazionale in sedi quali l’Accademia di Spagna a Roma, la Gabarron Foundation a New York, la Retine Argentique Gallery a Marsiglia e la F22 Foto Space a Hong Kong. E anche in festival come: il KLAP Maison pour la Danse di Marsiglia, il festival di fotografia di Arles e fiere come Paris Photo, London Art Fair, ARCO ed Estampa. Recentemente è stata finalista del Premio Internazionale di Fotografia Contemporanea Pilar Citoler 2022, Enaire 2022 ed è stata premiata per due anni con il Premio LUX dell’Associazione dei Fotografi Professionisti di Spagna (AFPE). È stata inoltre artista in residenza presso la Reale Accademia di Spagna a Roma nel 2021. Ha pubblicato due libri fotografici: Vera y Victoria (2016) e Gabriel (2018) con l’editore francese André Frère Éditions. Le sue opere sono presenti in musei e collezioni pubbliche e private in Europa, Asia e Stati Uniti. Come artista è rappresentata dalla galleria “Daniel Cuevas” di Madrid e da “Fifty Dots” di Barcellona.

Comunicazione audiovisiva, perché ha deciso di dedicarsi alla fotografia piuttosto che alla psicologia?

È vero che, sebbene abbia deciso di dedicarmi alla fotografia, la psicologia ha una forte presenza nei miei progetti artistici, poiché sono interessata a questioni legate all’essere umano come l’identità, la biopolitica, la femminilità… e in questo senso c’è una simbiosi tra entrambe le discipline che arricchisce il mio lavoro. Sono motivata a raccontare storie da un punto di vista intimo e ravvicinato senza dimenticare la psicologia delle persone che ritraggo.

Il suo lavoro è stato esposto a livello internazionale in Europa, Asia e Stati Uniti. Dopo aver osservato l’impatto che le sue mostre hanno avuto sulle società, pensa che la fotografia debba essere utilizzata come documento sociale universale per far conoscere realtà che forse altrimenti non sarebbero così facilmente accessibili? Quali dei lavori che ha realizzato metterebbe in evidenza?

Nel mio caso, vedo la fotografia come uno strumento di cambiamento sociale. Mi interessa lavorare su tematiche sociali per rendere visibili realtà che a volte sono nascoste. Mi piace definirmi una storytelling e cerco di trovare storie intorno a me. Tra i lavori precedenti vorrei evidenziare Vera e Victoria, la storia d’amore di due donne, di cui una transessuale, che ho fotografato per tre anni da un punto di vista intimo, strettamente legato alla fotografia diaristica. D’altra parte, vorrei anche sottolineare il progetto Gabriel, un ritratto della transizione fisica e psicologica di un giovane uomo avvenuta nell’arco di sei anni. In questo lavoro si possono vedere non solo le fotografie che ho scattato a Gabriel in quel periodo, ma anche i selfie che si è scattato durante la sua transizione, in modo che nel progetto il suo sguardo e il mio coesistano per mostrare l’evoluzione della sua storia personale di giovane transgender. Infine, vorrei sottolineare il mio progetto Lugares propios sull’abbandono del Mar Menor. Tale lavoro si basa su un ritorno alla memoria della mia infanzia, poiché sono nata in questo bellissimo luogo (Lo Pagán, Regione di Murcia), un territorio ora ferito dall’inquinamento.

Un’immagine vale più di mille parole e spesso non riusciamo a esprimere i nostri sentimenti o il nostro modo di essere a chi ci circonda, forse per paura dei pregiudizi o di “quello che dirà la gente”. In questo senso, come usa le sue fotografie per esprimere il mondo interiore di ogni individuo, qual è il suo processo creativo?

Sono interessata a lavorare su progetti a lungo termine in cui stabilisco un rapporto di amicizia e intimità con le persone che ritraggo. Questo rende il lavoro molto più facile, perché mi permette di entrare più a fondo nella realtà che sto raccontando e persino di scoprire gli strati sottostanti. Il tempo e la pausa permettono di rafforzare i legami e questo di solito aiuta le persone ritratte ad aprirsi di più. Credo che questo permetta una maggiore autenticità e sincerità. Per quanto riguarda il mio processo creativo, si tratta di un processo naturale. Definisco un argomento di interesse, studio come è stato affrontato in precedenza, poi rifletto su come vorrei lavorarci, su quale sarà il mio punto di vista, il mio approccio, e stabilisco un punto di partenza. Ed e lì che inizia il momento della creazione. In seguito al processo di creazione arriva il momento della selezione dei materiali, un momento arduo lo confesso, e infine la formalizzazione/comunicazione del progetto.

Lei ha ottenuto una borsa di studio della Reale Accademia di Spagna a Roma e ha potuto trascorrere quasi un anno vivendo in una città ancora colpita dalla pandemia. Come ha influito questa situazione sul suo lavoro, come l’ha integrata e come l’ha arricchita questa esperienza italiana?

Con il progetto Terza Vita, che ho sviluppato durante il mio soggiorno a Roma, ho potuto esplorare le esperienze affettive del territorio, al di là dell’idea generale di città pandemica. In particolare, utilizzando una combinazione di fotografie e documenti, registrazioni video e interviste audio, ho iniziato un’indagine sul concetto di libertà in un periodo di cambiamento del contesto storico-sociale dovuto alla situazione in cui vivevamo all’epoca. Mi ha colpito il fatto che i protagonisti di età, origini e strati sociali diversi, nonostante il cambiamento, mostrassero lo stesso slancio verso la vita. Per quanto riguarda la residenza artistica presso l’Accademia di Spagna, è stata un’opportunità eccezionale per creare un nuovo progetto. Penso che sia stata un’esperienza straordinariamente stimolante e arrichente, perché mi ha permesso di dedicarmi completamente al mio lavoro per nove mesi e di conoscere una città incredibile come Roma.

In questi anni e dopo il suo soggiorno a Roma non ha perso il contatto con la città, ha nuovi progetti in vista? La rivedremo presto qui?

Dopo questa importante esperienza italiana, torno sempre a Roma ogni volta che posso perché è una delle mie città preferite. Per quanto riguarda i progetti a Roma, ho in programma una mostra personale l’anno prossimo. E a luglio mi recherò in città per realizzare un laboratorio di progetti di fotografia contemporanea. In merito agli altri progetti a cui sto lavorando quest’estate: nell’ambito del festival PHotoESPAÑA, parteciperò a una mostra collettiva dei premi ENAIRE; e ho una mostra personale a Murcia relativo al progetto di Gabriel.

Intervista a cura di Patricia Pascual Pérez-Zamora. @pato_perezamora