Lois Patiño

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.

Lois Patiño ha scritto e diretto il film Samsara, Premio Speciale della Giuria alla Berlinale 2023 e la cui prima assoluta in Italia verrà proiettata il 17 maggio in occasione della diciassettesima edizione di La Nueva Ola – Festival del cinema spagnolo e latinoamericano.

In Samsara si trattano temi estremamenti importanti e delicati. Qual è il messaggio principale che speri di trasmettere attraverso questo film?

Credo che l’obiettivo principale sia quello di celebrare la diversità culturale come valore di enorme ricchezza che dobbiamo proteggere. Un dialogo tra culture basato sull’umiltà e sul rispetto, con il desiderio di imparare dagli altri.

Come hai cercato di rappresentare concettualmente la morte nel contesto del film?

Il film esplora la concezione buddista dell’aldilà a partire da un libro importante come il “Libro tibetano dei morti”, una guida che descrive in modo molto dettagliato cosa si troverà in questo spazio dopo la morte: suoni, immagini, colori ed emozioni. Partendo dall’impossibilità per i vivi di conoscere questi spazi, esploro l’idea dell’invisibile (e in questo caso quasi anche dell’irrappresentabile) attraverso il gesto di chiedere allo spettatore di chiudere gli occhi immergendosi in un viaggio in cui le immagini, lungi dallo scomparire, si moltiplicano in modo diverso ed in base alla suggestione dei suoni e delle luci che ogni spettatore percepisce attraverso le palpebre.

Il film è ambientato in luoghi tanto unici e meravigliosi quanto differenti tra loro. Che ricordi porterai sempre con te dei bambini della Tanzania o dei monaci del Laos?

I film, per noi che partecipiamo al processo di realizzazione, non sono altro che una raffinata sintesi delle esperienze vissute. In questo film in particolare, che nasce dal desiderio di imparare da altre culture attraverso la convivenza, l’idea di avventura vitale è ancora più accentuata. È molto bello sentire l’arricchimento reciproco che abbiamo avuto da questa esperienza condivisa: improvvisamente questi bambini e questi monaci stanno facendo un film, cosa che non avevano mai pensato di poter fare. Durante la preparazione e le riprese del film ci siamo invece improvvisamente messi nei panni di monaci adolescenti o di una capra sulle spiagge di Zanzibar. Il processo di alterità, di uscire dalla propria zona di comfort e di entrare in empatia per vedere il mondo da una nuova prospettiva, credo sia fondamentale per la tolleranza e per imparare a vivere insieme.

Qual è stato invece il momento che ti ha fatto scoprire il buddismo e in che modo questa filosofia ha influenzato la tua visione della vita?

Mi interessa come le diverse credenze e religioni siano cresciute ed abbiano sviluppato le proprie teorie per rispondere alle grandi domande sul senso della vita. Particolarmente interessanti sono per me quelle legate all’immaginazione della morte e dell’aldilà. Ho lavorato a diversi film su questo tema, sia con i miti e le leggende della mia terra natale, la Galizia, sia in altri luoghi come il Giappone o il Marocco. Ma è stato dopo la scoperta del “Libro tibetano dei morti” che ho deciso di approfondire la concezione buddista.

C’è un particolare momento o scena in Samsara che senti sia particolarmente rappresentativo della tua visione creativa?

Samsara è nato, come la maggior parte dei miei film, dal desiderio di esplorare alcuni concetti del linguaggio cinematografico. In questo caso stavo riflettendo sull’idea dell’invisibile e su come rappresentare l’invisibile nel cinema. È così che mi è letteralmente venuta l’idea di fare un film da guardare ad occhi chiusi. Un’esplorazione formale che si è concretizzata quando l’ho collegata alla concezione buddista dell’aldilà, tanto che l’intero film ruota e si costruisce attorno a questo idea.

Cosa ne pensi dell’attuale panorama cinematografico italiano? Ci sono registi o film italiani che ammiri particolarmente o a cui ti ispiri?

Credo che la cinematografia italiana sia eccezionale ed è riuscita a dare un contributo al cinema mondiale partendo dalla ricerca di nuovi linguaggi ma sempre con un legame molto forte, a livello umano, con la società italiana. Questo è un aspetto che ammiro molto ed oggi vedo almeno due fari prodigiosi che ci aiutano ad immaginare il cinema del presente e del futuro: Alice Rorhwacher e Pietro Marcello.

In quale città italiana ti piacerebbe ambientare la sceneggiatura del tuo prossimo film?

Sarebbe fantastico poter girare un film sulle Alpi, ma l’Italia è un Paese così ricco di storia e con una natura così varia che ogni suo angolo potrebbe suscitare milioni di idee nella mia mente. Ti fa venire voglia di immergerti completamente nella sua gente e nella sua cultura.

Sin da bambino hai respirato in casa arte e cultura grazie tuo padre, il pittore e scrittore Antón Patiño, e a tua madre, la pittrice Menchu Lamas. C’è un consiglio in particolare che ti hanno dato i tuoi genitori che ritieni sia stato particolarmente prezioso nel corso della tua carriera?

Non si tratta tanto di consigli diretti e chiari, quanto di imparare dal loro esempio. Ma ci sono alcune idee che ritengo importanti e che ho imparato da loro: leggere, leggere e leggere. Quando ero adolescente mi dissero quale parte della biblioteca di famiglia contenesse i libri che non potevo leggere ma che, seguendo il loro piano segreto, furono ovviamente i primi che lessi: William Burroughs, Boris Vian etc. E così sono riusciti a far germogliare questo desiderio di imparare dalla lettura che non si spegnerà mai. Un’altra lezione importante è quella di non avere paura di sbagliare, “nessuno nasce imparato”, ed è proprio nel fare che si acquisiscono le competenze. Il desiderio di perfezionismo e la paura di non farcela non devono essere un freno.