Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.
Inizia domani il 75° Festival di Sanremo, un evento che nel corso della sua lunga e illustre storia ha visto solo quattro spagnoli alla conduzione. Inés Sastre è una di loro, nel 2000 ha infatti avuto l’onore di affiancare Fabio Fazio e Luciano Pavarotti alla conduzione della cinquantesima edizione.
Quali furono le tue prime impressioni quando ti venne proposto, nel 2000, di condurre una manifestazione iconica e impegnativa come il Festival di Sanremo?
Conoscevo il Festival di Sanremo, ma non avrei mai immaginato la sua straordinaria grandezza. Fabio Fazio venne a Parigi per pranzare con me e spiegarmi nel dettaglio come si sarebbe svolto il Festival e, nonostante all’inizio fossi un po’ intimorita, decisi di lanciarmi in questa avventura che si è poi rivelata una delle esperienze più poetiche e intense della mia vita.
Come ti sei preparata per affrontare un evento così seguito sia in Italia che all’estero? Ti sei ispirata o hai tratto spunti dall’esperienza di un altro spagnolo, Miguel Bosé, che condusse il Festival nel 1988?
A Sanremo tutto è pianificato nei minimi dettagli. E sebbene sia in diretta ogni aspetto, dall’illuminazione ai team di trucco, costumi e sceneggiatura, è perfettamente organizzato. Non posso dimenticare il mio straordinario addetto stampa Angelo Perrone, con cui condivido il successo di quella che considero una delle migliori edizioni di Sanremo e che porterò sempre nel cuore. Purtroppo non ho avuto l’opportunità di vedere l’edizione di Miguel Bosé, che tra l’altro ammiro profondamente e a cui sono molto affezionata.
Come trascorrevi le tue giornate a Sanremo durante il Festival e quali furono le principali sfide che dovesti affrontare nel gestire un evento così complesso e ricco di aspettative?
I miei giorni a Sanremo furono intensissimi, ma come si dice in italiano “Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!”. L’inizio fu piuttosto complicato a causa di una polemica legata al fatto che fossi spagnola e non italiana, ma alla fine tutto si risolse. Fu un vero privilegio sentire l’affetto del pubblico e degli italiani che mi seguivano da casa.
Ricordi un aneddoto speciale o un momento dietro le quinte che ti è rimasto particolarmente nel cuore durante il Festival?
Cantare in diretta sotto la direzione del Maestro Pavarotti fu senza dubbio un’esperienza incredibile, ma devo ammettere che ci sono tantissimi aneddoti legati alla mia esperienza a Sanremo. Ricordo con un certo terrore quelle scale che dovevo scendere più volte al giorno, sperando ogni volta di non inciampare.
Luciano Pavarotti fu certamente una presenza indimenticabile in quell’edizione del Festival. Com’è stato per te condividere il palco con una leggenda della musica come lui e quali emozioni hai provato nel cantare sotto la sua direzione?
Luciano Pavarotti dimostrò una straordinaria generosità accettando di partecipare al Festival di Sanremo e contribuendo ad avvicinare la musica al grande pubblico. Condividere il palco con lui fu non solo un’immensa gioia, ma mi spinse anche a fare qualcosa di straordinario come cantare in diretta sotto la sua direzione. Nonostante la paura iniziale, riuscii a superarla e tutto andò molto bene, ottenendo un grande successo. Sono immagini che resteranno per sempre impresse nella mia memoria.
La 50ª edizione del Festival di Sanremo è rimasta memorabile anche grazie a ospiti straordinari come Bono, Sting, Tina Turner, Robbie Williams, Enrique Iglesias e gli Oasis. Chi ricordi con maggiore emozione?
Sanremo è un evento straordinario e ricordo tutti con grande affetto. Colpisce la qualità degli artisti che vi hanno partecipato e continuano a calcare quel palcoscenico.
Facciamo un passo indietro e passiamo al 1985, quando partecipasti a uno spot di McDonald’s che attirò l’attenzione del regista Carlos Saura e ti portò, a soli tredici anni, a recitare in El Dorado. Cosa ha rappresentato per te intraprendere la carriera artistica così giovane?
La mia vita non sarebbe stata la stessa senza Carlos Saura, a cui ero profondamente legata. Nonostante il set di El Dorado fu lungo e impegnativo, si trattò di un’esperienza davvero straordinaria. Durante le riprese non fu facile conciliare gli studi, ma frequentare una scuola francese e avere un professore che veniva ogni settimana da San José mi permise, con grande impegno e costanza, di proseguire il mio percorso scolastico con una certa regolarità.
Nel 1995 hai interpretato invece il ruolo di Carmen nel film Al di là delle nuvole, lavorando con due miti del cinema come Michelangelo Antonioni e Marcello Mastroianni. Quali sono i tuoi ricordi più vivi di quest’esperienza?
Al di là delle nuvole, diretto da Antonioni con la collaborazione di Wim Wenders, fu un set unico e al tempo stesso estremamente complesso. Nonostante le difficoltà linguistiche riuscivo a comprendere ciò che voleva il Maestro Antonioni e fu per me un grande onore partecipare al suo ultimo film. Ricordo ancora la nebbia di Ferrara…
Nel 2005 sei stata madrina della 62ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Che significato ha avuto per te essere il volto di un evento così prestigioso e di rilevanza internazionale?
È stato fantastico! Anche se un po’ complicato perché il mio film The Lost City con Andy García venne presentato al Telluride Film Festival negli stessi giorni della Mostra di Venezia. Dopo l’apertura a Venezia, dovetti affrontare un viaggio lunghissimo per recarmi a Telluride e poi rientrare per la chiusura. In quella 62ª edizione vinse Brokeback Mountain e ne fui felicissima perché non solo amavo quel film, ma ero anche una grande ammiratrice di Ang Lee. Sarò sempre grata all’Italia per aver creduto in me e per le tante opportunità che mi ha offerto, permettendomi di crescere artisticamente, superare le mie paure e avvicinarmi al pubblico. Sono molto orgogliosa che nel 2015 mi sia stata conferita l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia dal Presidente della Repubblica.