Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.
Attore versatile e talentuoso, Iago García ha conquistato il pubblico internazionale con le sue interpretazioni in numerosi film e serie tv. Da oltre dieci anni, è entrato nelle case di milioni di italiani grazie alla sua partecipazione, tra gli altri, a ben 556 episodi della celebre serie Il Segreto.
Come ti sei avvicinato al mondo della recitazione?
Sembra quasi una follia, soprattutto se guardata con la prospettiva che il tempo offre, ma mi sono avvicinato alla recitazione perché sentivo una voce interiore che mi spingeva in quella direzione. A diciotto anni ho abbandonato tutto ciò che avevo pianificato fino a quel momento e ho lasciato le attività che stavo svolgendo per intraprendere, con estrema determinazione, il percorso verso questo obiettivo.
Hai notato una grande evoluzione nelle produzioni televisive spagnole rispetto ai primi anni di carriera? In che modo?
Sì, certamente. La prima produzione importante che ho girato per la televisione è stata Memoria de España, eravamo nel pieno della transizione al digitale ma si usava ancora una macchina da presa a 35 millimetri. Vedere quell’apparecchiatura enorme, che contrasta con gli obiettivi minuscoli che oggi si installano sui droni, è un’immagine che ricordo con grande emozione. Personalmente trovo la pellicola ancora più emozionante dei formati digitali, ma devo riconoscere che è stato un privilegio essere testimone di questa evoluzione.
Il periodo del boom delle serie televisive in Spagna è stato estremamente importante per la tua carriera. Come hai vissuto quel momento di grande cambiamento nell’industria?
In realtà, se consideriamo la qualità e la tecnica, le serie in Spagna raggiungono un livello elevato rispetto a molte altre produzioni internazionali. La recitazione è curata, le trame sono complesse e, nonostante i vincoli tipici di queste produzioni, si raccontano grandi storie.
Da Ernesto Expósito di Amare per sempre a Ventura in Un altro domani, passando per Olmo Mesía in Il Segreto, Justo Núñez in Una vita e Diego Venturi in Non dirlo al mio capo, hai interpretato molti ruoli diversi nei numerosi progetti per cui hai lavorato. Qual è il personaggio in cui ti sei immedesimato maggiormente?
L’arte della recitazione permette di purificare emozioni che si accumulano nel tempo, trasformando esperienze tristi o tragiche in chiavi per interpretare diversi personaggi. La soddisfazione che si prova nel riuscire a trasformare in qualcosa di poetico quei sentimenti del passato, che solitamente restano nascosti, è una delle cose più belle del mio lavoro. In questo senso mi piacciono i personaggi tormentati, complessi e oscuri, anche se in generale è sempre un piacere immergersi in un personaggio ben scritto.
Hai lavorato con molti attori celebri e rinomati nel corso degli anni. Qual è quello che hai ammirato maggiormente?
Sì, ho avuto il privilegio di lavorare con grandi professionisti del settore e ho imparato molto da chi aveva più esperienza di me. Mi sono sempre ispirato a quegli attori più esperti, trovando persone con caratteri molto diversi, eterodossi e con visioni che andavano oltre i canoni tradizionali. Oggi, però, credo che ci sia una certa standardizzazione che a volte rende gli attori indistinguibili gli uni dagli altri.
Il Segreto è diventato un grande successo in Italia, ma cosa pensi che abbia attratto il pubblico italiano in modo particolare rispetto ad altri paesi? Hai notato differenze nel modo in cui gli italiani reagiscono alla serie rispetto ad altri spettatori internazionali?
In Italia il successo è stato ancora più forte perché esiste una cultura comune. La nostra cultura gastronomica, familiare e religiosa, specialmente nel periodo in cui era ambientata la serie, creava molti punti in comune tra le due culture. Penso che sia stata proprio questa la chiave del successo di una serie come Il Segreto in Italia.
Nel 2016 hai partecipato e vinto il programma televisivo italiano Ballando con le stelle. Cosa ti ha spinto a partecipare alla trasmissione?
Amo l’Italia e lavorarci, anche se solo in televisione e in formati per me estranei, l’ho sempre considerato un privilegio e una grande opportunità.
Per tua stessa ammissione non sei mai stato particolarmente portato per il ballo. È stato duro doversi allenare ogni giorno con la tua maestra Samantha Togni e affrontare la pressione delle esibizioni in diretta?
Forse la parte meno difficile è stata il live, perché grazie al teatro sono abituato al palcoscenico e a dover risolvere sul momento, il che mi permetteva di essere relativamente tranquillo durante i giorni di trasmissione. Nonostante l’immersione quotidiana fosse molto claustrofobica, poiché mi allenavo tutto il giorno, si trattava comunque di imparare coreografie, una situazione che per me è probabilmente più naturale del ballare in sé.
Cosa ti ha insegnato crescere in una terra come la Galizia? Hai trovato ispirazione nella sua cultura per la tua carriera di attore?
Decisamente sì. I galiziani sono persone molto sentimentali ma tendono a esprimere poco quello che provano, un po’ come i personaggi dei film. La mia terra è dura, soprattutto la zona da cui provengo dove la disoccupazione è alta, e forse questo mi ha insegnato le difficoltà della vita che in altri luoghi non si vedono così chiaramente. Alla fine, anche questo aiuta nella carriera di attore.
Qual è l’aspetto della tua terra che ti manca maggiormente quando sei lontano da casa?
Mi mancano la gastronomia, la famiglia, gli amici, la tranquillità che si respira, le spiagge infinite, la natura e il barocco galiziano. Insomma, molte cose.