3 Luglio 2024

Gianrico Carofiglio

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.

Ex magistrato e senatore, Gianrico Carofiglio è autore di ventiquattro bestseller tradotti in trentuno lingue con oltre sette milioni di copie vendute in tutto il mondo ed è uno degli scrittori italiani più letti e apprezzati in Spagna.

A quarant’anni ha capito che il suo sogno era fare lo scrittore. Quanto il suo passato da magistrato e procuratore antimafia ha influenzato la scelta di iniziare a scrivere e le trame delle sue opere?

Alla soglia dei quarant’anni, per una serie di ragioni legate alla percezione del tempo che passava e alla paura di ritrovarmi a dire “avrei voluto fare lo scrittore” anziché “voglio fare lo scrittore”, ho avuto la netta sensazione di non avere scelta: dovevo provarci. Così, nel settembre del 2000, ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo e, per motivi che ancora oggi faccio fatica a spiegare, anziché fermarmi dopo qualche giorno ho continuato a scrivere tutti i giorni fino a maggio del 2001 quando ho terminato Testimone inconsapevole. Quando si inizia a scrivere, soprattutto dopo averlo desiderato a lungo, ci si aggrappa a ciò che si conosce meglio e, nel mio caso, questo era il mondo dei processi, delle indagini, degli avvocati, dei giudici e dei pubblici ministeri. Fin dal primo romanzo mi è sempre piaciuto esplorare la dimensione interiore dei personaggi, ed è per questa ragione che in quel libro ho scelto come epigrafe una frase di Lao Tse: “Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”. Testimone inconsapevole è, infatti, una storia di trasformazione.

Qual è stata la sua più grande sfida come scrittore?

Inizialmente, la mia sfida più grande era riuscire a terminare il primo romanzo. Se nel 1999 mi avessero chiesto di esprimere un desiderio, avrei risposto: “Pubblicare almeno un romanzo nella mia vita e far sì che qualcuno lo legga”. Quando ho cominciato a scrivere, il mio obiettivo principale era arrivare alla fine. Ma, man mano che mi rendevo conto che ce l’avrei fatta, la vera sfida è diventata trovare un editore disposto a pubblicarlo, un’impresa tutt’altro che facile.

C’è un momento o un luogo che preferisce per scrivere i suoi “romanzi d’investigazione”?

Negli ultimi anni, ho scritto la maggior parte dei miei romanzi nel salotto della mia casa a Roma. Non ho un metodo particolarmente ordinato né seguo una routine come quella di alcuni scrittori, nei confronti dei quali nutro una sana invidia perché si svegliano la mattina e scrivono per ore. Il mio processo è più caotico: aumento il tempo dedicato alla scrittura man mano che si avvicina la scadenza ma posso scrivere in treno, in aereo e spesso, quando non ho voglia di farlo, esco e detto al telefono. La cosa fondamentale è non fermarsi, a mio avviso l’ispirazione non esiste e ciò che conta davvero è conoscere il mestiere e lavorare come un artigiano. Bertolt Brecht diceva “come un falegname”. Naturalmente a volte mentre scrivo arrivano intuizioni, che sono quanto di più vicino ci sia all’ispirazione, come trovare le parole più adatte per esprimere qualcosa sulla condizione umana. Ma tutto ciò è il risultato del duro lavoro.

F. Scott Fitzgerald scrisse “In una notte buia dell’anima, sono sempre le tre del mattino” e questa frase l’ha ispirata per il titolo del romanzo Le tre del mattino. Ci sono alcuni autori o opere letterarie che hanno influito sul suo stile di scrittura?

Anni fa avrei risposto più facilmente a chi me lo chiedesse. Ci sono tanti autori che mi hanno influenzato dal momento che quello che scrivi dipende dalla vita che hai vissuto e da ciò che hai letto, ogni scrittore si fonda infatti su una catasta di libri letti. Avevo l’abitudine di dire che il mio stile di scrittura asciutto, essenziale e pulito fosse influenzato da uno scrittore che non mi ha mai particolarmente emozionato, ma di cui apprezzo il modo di lavorare la frase, che è Raymond Carver. In uno dei miei romanzi ci sono due capitoli che raccontano di due persone in viaggio e, mentre li scrivevo, rileggevo Sulla strada di Jack Kerouac. Se qualcuno leggesse quelle parti e avesse un po’ di orecchio, riconoscerebbe sicuramente quell’ascendenza. Poi, ci sono anche Ernest Hemingway, F. Scott Fitzgerald, Italo Calvino e Franz Kafka, ma nessuno in particolare.

Qual è stato il suo primo contatto con la Spagna?

Con la lingua spagnola è arrivata la prima traduzione assoluta di un mio romanzo, Il passato è una terra straniera. In Spagna sono stato molte volte a presentare i miei libri, ma la prima volta in assoluto fu nel 1997 dopo aver concluso un maxi processo molto importante con numerosi imputati e gravi fatti di criminalità organizzata. Avevo un mese libero prima del trasferimento a una nuova sede e decisi di andare da solo in Spagna a gennaio e di girare il Paese in treno. In Il passato è una terra straniera, i due protagonisti vanno a Valencia, una città in cui non ero mai stato e che raccontai solo dopo essermi documentato e confrontato con la gente del posto. Poco tempo dopo mi invitarono a un evento all’Università di Valencia e, una volta conclusosi, professori e studenti mi chiesero se riconoscessi l’hotel e il bar di fronte al quale ci trovavamo. Risposi di no e ne rimasero stupiti poiché pensavano fossero i luoghi in cui avevo ambientato alcune scene del romanzo. Mi ero inventato tutto in modo plausibile, ma il fascino della lettura è anche rivivere i luoghi attraverso gli occhi dei personaggi e quelle persone avevano immaginato che fosse proprio lì che si svolgevano alcune scene del libro. Valencia mi è piaciuta moltissimo e non mi ha stupito leggere recentemente che è considerata una delle città più vivibili d’Europa.

Quali sono le differenze principali che nota tra il panorama letterario italiano e quello spagnolo?

In alcuni romanzi italiani esiste una tendenza a concentrarsi sulla narrazione di piccole vicende private e anche in autori di buona qualità, a volte, si avverte una leggera claustrofobia nelle ambientazioni. A me piace leggere e raccontare storie “eroiche” con personaggi ricchi di contraddizioni, limiti e difetti che affrontano dilemmi esistenziali.

C’è un autore spagnolo che ammira particolarmente?

Leggo con estremo piacere soprattutto Javier Cercas e Javier Marías, a quest’ultimo ho anche dedicato un personaggio. Stimo molto anche Manuel Vázquez Montalbán e Arturo Pérez-Reverte.

Il suo ultimo romanzo L’orizzonte della notte è stato il più venduto in Italia nel primo quadrimestre del 2024. Qual è stata la sua fonte di ispirazione per questo libro, settimo romanzo della serie I casi dell’avvocato Guerrieri? Quando verrà tradotto allo spagnolo e presentato in Spagna?

Quando chiesero a Umberto Eco cosa lo avesse ispirato per la scrittura de Il nome della rosa, rispose che la sua idea originale era “ammazzare un frate”. Nel mio caso, l’obiettivo in L’orizzonte della notte era “ammazzare un abusatore di donne”, punto da cui prende il via il romanzo. La trama riguarda il processo a una donna accusata di aver ucciso l’ex compagno della sorella, che si era tolta la vita in seguito ai maltrattamenti subiti. Non si discute se l’abbia ucciso, ma se l’abbia fatto come atto premeditato o per legittima difesa. La traduzione in spagnolo non arriverà prima del 2025.

Cosa ha provato nel vedere in tv film (L’avvocato Guerrieri – Testimone inconsapevole e L’avvocato Guerrieri – Ad occhi chiusi) o serie (Crimini e Il metodo Fenoglio – L’estate fredda) tratti dai suoi libri?

Un autore che cede i diritti di un romanzo deve essere consapevole che il film sarà qualcosa di diverso, aspettarsi un risultato identico è una premessa per restare delusi. Cinema e letteratura sono mezzi espressivi completamente diversi, e ciò che si può legittimamente desiderare è che il film rispetti lo spirito della storia più che replicarne ogni dettaglio. Il film per il cinema era un buon prodotto, pur avendo fatto alcune scelte diverse credo abbia colto gli aspetti fondamentali del romanzo. Per la televisione, alcune scelte mi sono piaciute, altre le ho trovate mediocri e altre ancora decisamente meno riuscite. Cerco di mantenere un certo distacco e osservare il risultato con obiettività, ma non ho mai considerato nessuno di questi adattamenti eccezionali. Mi auguro che ciò possa accadere in futuro, anche se lo ritengo improbabile. Un autore, per quanto cerchi di essere distaccato, non sarà mai completamente obiettivo. Per registi e sceneggiatori è davvero difficile soddisfare pienamente chi ha creato la storia originale.

Cosa ne pensa delle tecnologie come IA, Ebook e altre che stanno influenzando sempre di più la lettura e la scrittura tradizionali?

Penso che tutto ciò che aumenta il numero e la qualità dei lettori e il tempo dedicato alla lettura sia positivo. Compro molti libri, ma la carta occupa molto spazio mentre con un clic posso averli facilmente sul Kindle. Ascolto con piacere gli audiolibri e mi gratifica che tanti lettori ascoltino i miei audiolibri, letti da me e molto scaricati secondo le piattaforme. L’intelligenza artificiale è uno strumento che può essere pericoloso, ma la pericolosità non si esorcizza ignorandola. L’ho usata, la sto studiando e ho fatto esperimenti per capire cosa sia in grado di fare.