Gianrico Carofiglio

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.

Ex magistrato e senatore, Gianrico Carofiglio è autore di 24 bestseller tradotti in 31 lingue con oltre 7 milioni di copie vendute in tutto il mondo ed è uno degli scrittori italiani più letti ed apprezzati in Spagna.

A quarant’anni ha capito che il suo sogno era quello di fare lo scrittore. Quanto il suo passato da magistrato e procuratore antimafia ha influenzato la scelta di iniziare a scrivere e le trame delle sue opere?

Alla soglia dei 40 anni, per una serie di ragioni anche legate alla percezione del tempo che passava ed al fatto che ben presto mi sarei trovato nella situazione di chi dice “avrei voluto fare lo scrittore” piuttosto che nella situazione di chi pensa “vorrei fare lo scrittore”, ebbi la netta sensazione di non avere scelta e di doverci provare. Nel settembre del 2000 iniziai dunque a scrivere il primo romanzo e, per ragioni che faccio fatica a spiegarmi, invece di smettere dopo qualche giorno continuai tutti i giorni per 9 mesi esatti fino all’inizio del maggio del 2001 quando finii di scrivere il primo romanzo “Testimone inconsapevole”. Quando si comincia a scrivere avendolo desiderato tanto, e trovandosi ovviamente di fronte a un compito enormemente difficile quale è scrivere un romanzo, ci si appoggia a ciò che si conosce meglio e che nel mio caso era il mondo dei processi, delle indagini, degli avvocati, dei giudici e dei pubblici ministeri. Sin dal primo romanzo mi è sempre piaciuto inserire ciò che mi interessa maggiormente, il racconto della dimensione interiore dei personaggi, e non è un caso che in quel libro vi sia in epigrafe una frase di Lao Tse “Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”. È proprio una storia sulla trasformazione.

Qual è stata finora la sua più grande sfida come scrittore?

Inizialmente la mia sfida più grande era quella di riuscire a terminare il primo romanzo. Se nel 1999 mi avessero chiesto “esprimi un desiderio” avrei certamente risposto “riuscire nella mia vita a scrivere almeno un romanzo e che qualcuno lo legga”. Quando iniziai a scrivere la sfida principale era riuscire a finire e, man mano che mi rendevo conto che sarei riuscito a concluderlo, la sfida era trovare un editore che fosse interessato a pubblicarlo, cosa tutt’altro che facile.

C’è un momento o un luogo che preferisce per scrivere i suoi “romanzi di investigazione”?

Nel corso degli ultimi anni la maggior parte dei romanzi li ho scritti nel salotto della mia casa di Roma. Ho un modo di procedere poco ordinato e non c`è una routine come nel caso di alcuni scrittori, nei confronti dei quali cui nutro sana invidia, che si svegliano la mattina e scrivono per quattro ore. Procedo in modo caotico aumentando il tempo di scrittura quanto più si avvicini la data di scadenza, ma riesco a scrivere in treno, in aereo e tante volte quando non ho voglia di scrivere esco e detto al telefono, la cosa fondamentale è non fermarsi. L’ispirazione non esiste, la cosa fondamentale è conoscere il mestiere e lavorare come un artigiano, Bertolt Brecht diceva “come un falegname”. Poi naturalmente quando stai scrivendo succede che arrivano delle intuizioni, cosa quanto più vicina alle ispirazioni, ossia trovare le parole giuste, nuove e originali per dire qualcosa sulla condizione umana. Ma è tutto risultato del duro lavoro.

Scott Fitzgerald scrisse “In una notte buia dell’anima, sono sempre le tre del mattino” e questa frase la ha inspirata per il titolo del romanzo Le tre del mattino. Ci sono alcuni autori o opere letterarie che hanno influito sul suo stile di scrittura?

Anni fa avrei risposto più facilmente a chi me lo chiedesse. Ci sono tantissimi autori che mi hanno influenzato dal momento che quello che scrivi dipende dalla vita che hai fatto e da quello che hai letto, qualsiasi scrittore o scrittrice vero è seduto su una catasta di libri letti. Avevo l’abitudine di dire di aver subito qualche influenza nel mio stile di scrittura, molto asciutto, essenziale e pulito, da uno scrittore che non mi ha mai particolarmente emozionato ma del quale apprezzo il modo di lavorare la frase quale è Raymond Carver. In un mio romanzo ci sono due capitoli che parlano di due persone che fanno un lungo viaggio e, mentre lo scrivevo, rileggevo “Sulla strada di Jack Kerouac”. Se qualcuno leggesse quelle parti lì ed avesse un poco di orecchio riconoscerebbe certamente quell’ascendenza. Poi anche Ernest Hemingway, Scott Fitzgerald, Italo Calvino o Franz Kafka, ma nessuno in particolare.

Qual è stato il suo primo incontro con la Spagna?

Con la lingua spagnolo, la prima traduzione in assoluto di un mio romanzo, “Il passato è una terra straniera”. In Spagna sono stato tante volte a presentare i miei libri, ma la prima volta fu nel 1997 dopo aver finito un maxi processo molto importante con tantissimi imputati e fatti molto gravi di criminalità organizzata. Avevo un mese libero prima del trasferimento alla nuova sede, e decisi così di andare da solo in Spagna nel mese di gennaio e la girai in treno. Ne “Il passato è una terra straniera” i due protagonisti vanno invece a Valencia, città dove non ero mai stato prima e che raccontai solamente dopo essermi documentato e confrontato con gente del posto. Tempo dopo mi invitarono a un atto all’Università di Valencia e, una volta conclusosi, professori e studenti mi domandarono se riconoscessi l’hotel e il bar davanti al quale ci trovavamo. Gli risposi di no, e ne rimasero stupiti poiché secondo loro erano quelli in cui era stato ambientato parte del romanzo. Mi ero inventato tutto in modo plausibile, ma il fascino della lettura è anche rivivere luoghi attraverso gli occhi del romanzo, e quelle persone avevano proprio immaginato che quelli fossero l’hotel e il bar in cui erano state ambientate scene del libro. Valencia mi è piaciuto moltissimo e non mi ha stupito leggere recentemente che è considerata una delle città più vivibili d’Europa.

Quali sono le differenze principali che nota tra il panorama letterario italiano e quello spagnolo?

Esiste in un certo numero di romanzi italiani una tendenza a rinchiudersi nel racconto di piccole vicende private ed a volte, anche in autori di buona qualità, si ha l’impressione di una leggera claustrofobia delle ambientazioni. A me piace leggere o raccontare storie “eroiche” con personaggi pieni di contraddizioni, limiti e difetti che affrontano dilemmi esistenziali.

C’è un autore spagnolo che ammira particolarmente?

Quelli che leggo con più piacere sono certamente Javier Cercas e Javier Marías, a quest’ultimo ho anche dedicato un personaggio. Ma stimo molto anche Manuel Vázquez Montalbán e Arturo Pérez-Reverte.

Il suo ultimo romanzo L’orizzonte della notte è stato il più venduto in Italia nel primo quadrimestre del 2024. Qual è stata la sua fonte di ispirazione per questo libro che rappresenta il settimo romanzo della serie I casi dell’avvocato Guerrieri? Quando verrà tradotto allo spagnolo e presentato in Spagna?

Quando chiesero a Umberto Eco cosa l’avesse inspirato per la scrittura di “Il nome della rosa” rispose che la sua idea originale era che voleva “ammazzare un frate”. Nel mio caso l’obiettivo in “L’orizzonte della notte” era invece quello di “ammazzare un abusatore di donne”, punto da cui parte il romanzo. Il processo è a una donna che ha ucciso l’ex compagno della sorella che si era suicidata dopo essere stata maltrattata, e quello che si discute non è se lo abbia o meno ucciso, bensì se lo abbia fatto come atto premeditato o per legittima difesa. Allo spagnolo verrà tradotto non prima del 2025.

Che ha provato nel vedere in tv film (L’avvocato Guerrieri – Testimone inconsapevole e L’avvocato Guerrieri – Ad occhi chiusi) o serie (Crimini e Il metodo Fenoglio – L’estate fredda) tratti da suoi libri?

L’autore che cede i diritti di un romanzo deve sapere che il film sarà una cosa diversa, e se si aspetta di trovare qualcosa di identico è destinato a rimanerne deluso. Si tratta di mezzi espressivi completamente diversi e ciò che uno può legittimamente desiderare è che il film rispetti lo spirito della storia, non che sia pedissequamente uguale alla storia contenuta nel libro. Il film al cinema era un buon film e, seppur avrei fatto diversamente alcune cose, coglieva gli aspetti fondamentali del romanzo. In televisione hanno fatto diverse cose mie, alcune buone, altre medie ed altre scadenti. Personalmente cerco di distaccarmi e guardare il tutto dall’esterno, ma in nessun caso ho mai pensato fosse un prodotto eccezionale. Spero mi capiti in futuro ma è altamente improbabile dal momento che l’autore, per quanto possa professare distacco come sto facendo io, è estremamente inattendibile e per il regista e gli sceneggiatori è un lavoro veramente difficile che rimanga soddisfatto.

Cosa ne pensa delle tecnologie come IA, Ebook e tante altre che stanno sempre più influenzando la lettura e la scrittura tradizionali?

Penso che tutto ciò che aumenti numero e qualità di lettori e tempo della lettura sia una buona cosa. Compro tantissimi libri, ma la carta invade e in un click ce l’ho facilmente sul Kindle. Ascolto con piacere gli audiolibri e mi fa enorme piacere che tantissimi lettori dei libri ascoltino i miei che leggo io personalmente e che dalle piattaforme mi dicono siano strascaricati. L’intelligenza artificiale è uno strumento che può essere anche molto pericoloso, ma la pericolosità non si esorcizza non occupandosene. La ho usata, la sto studiando ed ho fatto esperimenti per vedere cosa sappia fare.