Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.
Gianluca Basile è stato uno dei protagonisti più influenti e riconosciuti del basket italiano ed europeo, grazie a una carriera costellata di successi, talento e grande professionalità. Dopo aver vinto quattro medaglie con la nazionale, dal 2005 al 2011 ha giocato nel Barcellona con cui ha conquistato otto titoli (tra cui l’Eurolega 2010) ed è diventato il terzo giocatore straniero con più presenze nella storia del club.
Nel 1999 hai vinto a Parigi un indimenticabile Europeo con la nazionale italiana in finale contro la Spagna. Che ricordo conservi di quel torneo?
L’Europeo del 1999 in Francia fu la mia seconda competizione internazionale con la nazionale dopo i Mondiali in Grecia dell’anno prima, dai quali fummo eliminati dagli Stati Uniti ai quarti di finale in una partita condizionata da alcune scelte arbitrali discutibili. Il primo ricordo che mi viene in mente di quell’Europeo è l’altissimo livello dei giocatori che vi parteciparono: da Sabonis con la Lituania a Kukoč con la Croazia, passando per Divac e Danilović con la Jugoslavia con la quale disputammo una memorabile semifinale. Rischiammo di uscire subito, perdendo la prima partita contro la Croazia, ma poi vincemmo contro Turchia e Bosnia iniziando così una scalata in cui partita dopo partita migliorammo nel gioco e nella fiducia.
Che cosa ha rappresentato l’argento olimpico di Atene 2004 conquistato dopo le indimenticabili vittorie contro Stati Uniti (in amichevole) e Lituania (in semifinale) e ottenuto con una squadra priva di giocatori NBA?
L’argento di Atene fu un risultato straordinario, nato dalla vittoria nella finale per il bronzo agli Europei del 2003 in Svezia che ci permise di qualificarci per le Olimpiadi. La partita contro gli Stati Uniti fu relativamente semplice da preparare e l’affrontammo senza pressioni. La finale olimpica, invece, è stata la partita più emozionante della nazionale degli ultimi decenni e il frutto di anni di lavoro. Eravamo una delle poche squadre senza atleti NBA e fisicamente non al livello delle altre potenze, ma avevamo una forte identità di gioco, grande voglia di difendere e in attacco tutti potevano segnare. Eravamo davvero difficili da affrontare.
Nelle ultime undici competizioni internazionali a cui ha partecipato, la nazionale italiana non è mai andata oltre i quarti di finale. A cosa pensi sia dovuta questa crisi di risultati nonostante, sulla carta, sia probabilmente stata la generazione più talentuosa di sempre?
Sulla generazione di Bargnani, Gallinari e Belinelli c’erano grandi aspettative dal momento che si trattava di talenti NBA affiancati da ottimi giocatori. Avevano tutte le carte in regola per ottenere ottimi risultati con la nazionale ma, tra la crescita delle altre squadre e un po’ di sfortuna nei momenti decisivi, non ci sono riusciti. Il rammarico più grande di questi ventun’anni senza medaglie resta certamente l’Europeo 2022 perso ai quarti di finale contro la Francia, in una partita praticamente vinta che ci avrebbe permesso di giocare la semifinale contro la Polonia.
Nel 2005, pochi mesi dopo aver vinto un incredibile scudetto da capitano con la Fortitudo Bologna, ti trasferisci a Barcellona. Che cosa ti colpì maggiormente della città e del club al tuo arrivo?
Dopo lo scudetto del 2005 volevo alzare l’asticella e, quando arrivò l’opportunità di firmare per il Barça e lottare per l’Eurolega, non potevo lasciarmela sfuggire. Ricordo che insieme all’altro acquisto del Barça, il mio compagno di nazionale Denis Marconato, lasciammo il ritiro di Bormio per recarci alla conferenza stampa di presentazione che si tenne al Camp Nou. La sala stampa era enorme, piena di telecamere e, per me che sono sempre stato una persona piuttosto riservata, fu un’esperienza quasi traumatica. Mia moglie, a inizio settembre, mentre io ero ancora impegnato con la nazionale all’Europeo in Serbia e Montenegro, si trasferì in Spagna con le nostre figlie che dovevano iniziare la scuola. All’inizio fu dura, ma ben presto quel club divenne una seconda casa dove ho vissuto tantissime soddisfazioni che porterò sempre nel cuore.
Come pensi che Barcellona e la Spagna abbiano influenzato la tua crescita, non solo come atleta ma anche come persona?
Imparare lo spagnolo è stato molto importante, e ancora oggi lo parlo soprattutto quando gioco a padel visto che la maggior parte dei miei compagni sono spagnoli o argentini. Quei sei anni in Catalogna sono stati eccezionali tanto per me quanto per la mia famiglia e, quando nel 2011 mi comunicarono che non mi avrebbero rinnovato il contratto, ci causò un grande dispiacere. Avrei anche potuto decidere di smettere di giocare e restare a vivere a Barcellona per il bene delle mie figlie, ma ricevetti delle proposte per tornare in Italia e, ormai da oltre dieci anni, vivo a Capo d’Orlando.
Tra i tanti giocatori spagnoli con cui hai condiviso il campo a Barcellona, c’è qualcuno che ti ha sorpreso particolarmente per il suo talento o per il modo di lavorare?
Per talento, il miglior compagno di squadra con cui abbia mai giocato è stato Juan Carlos Navarro. Condividere lo spogliatoio con un giocatore del genere, capace di dominare senza fare praticamente affidamento sulla fisicità, era davvero straordinario. Difenderlo ogni giorno in allenamento mi fece capire ancora meglio quanto fosse un talento fuori dal comune. In un club di quel livello tutti si allenavano al massimo, ma io ero sicuramente il veterano rigoroso negli allenamenti che cercava di dare il buon esempio ai più giovani.
A Barcellona hai avuto il privilegio di vivere dall’interno gli anni di maggior splendore della storia del club, sia a livello cestistico che calcistico. Come spiegheresti la perfezione raggiunta in quegli anni?
Quando nel basket emerge un talento dal settore giovanile come Navarro, e nel calcio uno come Messi, si capisce bene l’efficacia e l’importanza del lavoro svolto a livello di vivaio.
Quegli anni rappresentarono anche l’inizio di un lento declino del campionato italiano e l’ascesa di quello spagnolo. Quali sono, a tuo avviso, le principali cause di questa situazione?
In Spagna il lavoro a livello giovanile è molto più curato, mentre in Italia è stato in gran parte abbandonato poiché considerato poco utile. Ai miei tempi il vivaio era fondamentale per le società che ne traevano un importante ritorno economico. Oggi, invece, senza il sistema dei cartellini i giocatori più giovani sono liberi di firmare con qualsiasi club senza che venga riconosciuto nulla a chi li ha formati nel corso degli anni. La crisi economica ha poi spinto grandi imprenditori come Benetton e Scavolini, che un tempo investivano nel basket e nei propri settori giovanili, a fare un passo indietro indebolendo il movimento.
Quali sono i cinque avversari più forti che hai affrontato in carriera?
Certamente Navarro, che oltre ad essere stato mio compagno è stato avversario di mille battaglie tra club e nazionale, e poi Tyus Edney, Louis Bullock, Manu Ginobili e l’ex Maccabi Tel Aviv e Virtus Roma Anthony Parker.
Dal ritiro vivi a Capo d’Orlando dove, oltre a dedicarti ai tuoi uliveti e alla fondazione “Musetti Randagi” che si occupa di cani e gatti abbandonati, conduci il format della Lega Basket Basketball&Conversations. Ti piacerebbe, un giorno, tornare nel mondo del basket ricoprendo un ruolo di rilievo?
Quest’anno sono tornato nel mondo del basket e mi sono lasciato convincere a partecipare a questo format. È stata un’esperienza interessante, ma non la rifarei perché si è rivelata molto impegnativa a livello mentale e non mi sono sentito adatto a quel ruolo. Ormai ho chiuso con il basket, voglio mantenere la mente libera e dedicarmi a ciò che amo realmente. Il basket fuori dal campo non fa parte di ciò che voglio fare.
Foto: Gianluca Basile