Enrique Moya González

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi

Disegnatore instancabile, nasce a Madrid nel 1979 e si trasferisce ad Arezzo nel 2008 dove crea una scuola di ricerca artistica.

Lei non si reputa né disegnatore, né pittore, né fotografo, bensì l’insieme di queste tre cose. È sempre stato questo il suo obiettivo o è qualcosa che ha elaborato con il passare degli anni?

Assolutamente no, non è mai stato un obiettivo. Ho sempre avuto una relazione di amore e odio con tutte le tecniche e formati. Ad esempio un giorno amo il video e il giorno dopo lo odio, per poi riprenderlo come se non ci fosse un domani. Con il passare degli anni si matura e, allo stesso tempo, si accetta il fatto di essere in continuo cambiamento. Personalmente mi sono reso conto che la ricerca è la cosa più importante di tutto il mio lavoro: imparare tecniche nuove e rimanere sempre incompleto fa si che io non mi senta mai realizzato e che possa continuare ad avere un’evoluzione costante fatta di vittorie e fallimenti.

Qual è la carica simbolica che dà alle sue opere?

Penso che sia molto complicato parlare di ciò che succede nella mente di un artista, delle sue paure o delle sue gioie. Ci vorrebbe un’enciclopedia per elencarle tutte. Nel mio caso specifico, la mia arte è critica ed è molto influenzata dal mondo che mi circonda. La cosa importante è che quando entro nel mio studio ed inizio un lavoro, il tempo diventa relativo e mi dimentico di parlare, mangiare o dormire: rimango solo. E seppur per un attimo, quando concludo un progetto, ho spiegato a me stesso (e spero anche agli altri) qualcosa. Tutto ciò mi libera e mi rende più completo. È per questa libertà e completezza che è veramente importante il lavoro che faccio.

Come mai nelle sue mostre uno dei temi più ricorrenti sono le farfalle?

Nell’ultima serie di lavori ho iniziato a lavorare con questi insetti che mi hanno sempre affascinato: tanta fatica per diventare degli esseri bellissimi, il modo di volare che sembra che ballino, il mimetizzarsi per potersi nascondere dai predatori, il linguaggio non verbale e, quando il linguaggio verbale manca, l’unico modo per accoppiarsi è quello dei colori, ciò che le distingue le une dalle altre. E poi tutta la letteratura che ho letto su di loro quando ero all’università mi ha incuriosito e non ho potuto far altro che iniziare a lavorare con la loro leggerezza.

Che cosa rappresentano per lei le pagine bruciate di un libro?

Il sacrificio (dal latino sacrificium, sacer + facere) è quel gesto che rende sacri oggetti, cibo, animali o esseri umani. Nel caso delle pagine in concreto, è un gesto radicale che nasce da un bisogno che ho avuto di rinascita personale. Rinascita intesa non come metamorfosi bensì come cambio radicale. Secondo me il problema è che, nel corso degli anni, è stato commesso un errore universale che con il passare degli anni si è aggravato fino ad un punto di non ritorno. Abbiamo un bisogno impellente di azzerare e di, per l’appunto, “rinascere”.

Quali artisti l’hanno maggiormente ispirata nel corso della sua carriera?

Amo l’arte e quindi traggo ispirazione da quasi tutto, anche dall’arte che mi piace meno o che si fa definire tale senza in realtà esserlo. Quand’ero adolescente, a 16 anni, ebbi l’illuminazione: mi trovavo da tre mesi a New York da uno zio che lavorava lì e, in un museo, vidi per la prima volta le opere di Joseph Beuys. Mi innamorai subito della sua perfezione e così, nel lontano 1995, capii cosa avrei voluto fare da grande. Studiando ho poi conosciuto, approfondito ed amato molti altri artisti che in qualche modo mi hanno ispirato come ad esempio Maria Lai, Chillida, Marina Abramović, Velàzquez, Goya, Zurbaràn, Eileen Gray, Dürer, Andrè Breton, Hans Bellmer, Jan van Eyck, Masaccio, Anselm Kiefer, Larry Rivers, Barbara Kruger, Pontormo, Gina Pane, Piero della Francesca, Not Vital e tanti altri ancora.

Perchè un’altra caratteristica di molte delle sue opere è quella di essere state realizzate su manoscritti antichi?

Mi appassionano i mercati dell’usato e dell’antiquariato (non a caso vivo ad Arezzo che ha una fiera antiquaria tra le più importanti al mondo). In questi posti sono capace di trascorrere giornate intere, mi posso perdere e ritrovare varie volte. Come scrisse André Breton nel suo libro L’Amour fou “L’amore è quando incontri qualcuno che ti dà delle notizie su di te.” Passeggio per i mercati e mi innamoro della vita. Di poche cose sono sicuro, ma ho un principio ricorrente nei miei lavori: sono convinto che il disegno salverà il mondo. Mi è sempre piaciuto disegnare, è l’essenza del mio lavoro. L’elemento fondamentale per poterlo fare è la carta e io ogni volta mi innamoro follemente di carta trovata, usata e che ha già una sua storia ma che non necessariamente ha finito di scrivere il suo racconto.

Da cosa nasce il suo interesse verso l’arte africana?

È dovuta al mio interesse verso i musei, e pensare che non sono mai stato in Africa! L’arte primitiva è sempre stata per me una verità celata. Non c’è altro da aggiungere, è semplicemente verità allo stato puro.

Per lei che è nato in una metropoli multiculturale e vivace come Madrid, è stato complicato adattarsi ad una realtà diversa come quella di Arezzo?

No, al contrario. Ho sempre cercato qualcosa di più tranquillo e che mi lasciasse più tempo per pensare e da dedicare a me stesso. La piccola città dove ho studiato Belle Arti, Cuenca, assomiglia molto ad Arezzo in questo senso. Le piccole città, ci piaccia o no, hanno delle regole e caratteristiche proprie che le rendono uniche nel loro genere. Prima Cuenca e poi Arezzo mi hanno sempre accolto benissimo. Per il mio lavoro e per la mia indole madrileña ho bisogno delle grandi città, ovvio, ma non potrei mai viverci a lungo, me matan!

Sotto quali punti di vista ritiene che il rapporto tra universo maschile e femminile, altro riferimento costantemente presente nelle sue opere, si differenzi maggiormente tra Spagna e Italia?

Non ci sono differenze tra Spagna e Italia, non penso sia un problema di frontiere culturali. Il problema è che il nostro mondo è prevalentemente maschilista e non dovrebbe assolutamente essere così. Il femminismo purtroppo l’abbiamo segregato ed emarginato in un luogo scuro accusandolo di radicalismo e lesbismo. Il matriarcato è sempre stato presente e potente, sin dal paleolitico con le Veneri, fino ai giorni nostri. Ho sempre pensato che qualora il mondo contemporaneo stesse maggiormente sotto il controllo femminile piuttosto che maschile si risolverebbero tanti problemi.

Lei considera il suo lavoro un dialogo costante tra passato e contemporaneità. Ma potesse scegliere un museo in Italia e uno in Spagna dove trascorrere l’intera giornata per quale opterebbe? Arte contemporanea, moderna o antica?

Non saprei scegliere tra arte contemporanea, moderna o antica. A Madrid c’è un luogo di confronto e studio che mi ha visto crescere come persona e artista, “El Cìrculo de Bellas Artes”. In questo posto si possono disegnare modelli dal vivo tutti i giorni e allo stesso tempo vedere mostre, mangiare o semplicemente giocare al biliardo a tre sponde. Un luogo che mi manca e che in Italia non ho ancora trovato. Ma in Italia, in realtà, mi è sufficiente passeggiare per le strade.