Emanuele Masi

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.

Incontriamo Emanuele Masi, Direttore Artistico del Festival Bolzano Danza che si terrà tra il 20 e 28 luglio 2023 nella Capitale delle Alpi. Quest’anno l’Ambasciata di Spagna in Italia parteciperà al Festival con la prima italiana dello spettacolo “Prisma” della compagnia Metamorphosis Dance, vincitrice nel 2022 del premio Max per la miglior coreografia e composta da Iratxe Ansa (Premio nazionale di Danza 2020) e Igor Bacovich.

Partiamo dai suoi inizi: trentino doc, comincia a studiare sin da giovanissimo in conservatorio. Da dove nasce questa passione per la musica e per la danza?

Nella mia famiglia la musica e il teatro sono sempre stati presenti e quotidiani, come in tante case italiane potrebbe esserlo il calcio. Fin da piccolo, mentre i miei compagni andavano allo stadio o a giocare a pallone con gli amici, io suonavo o andavo a teatro con mamma e papà. La danza invece è arrivata per caso, dalla porta di servizio: non ho mai ballato, ma mi ci sono imbattuto da organizzatore, a più riprese, fin dai tempi del liceo quando organizzavo spettacoli studenteschi per raccogliere fondi. Più tardi avrei iniziato a occuparmene, di tanto in tanto, per produzioni ospitate nei teatri d’opera dove lavoravo: una attività inizialmente marginale che mi affascinava e che alla fine mi ha sedotto completamente diventando il mio ambito professionale principale.

Nel 2013 viene nominato Direttore Artistico del Festival Bolzano Danza, uno dei Festival di danza contemporanea più importanti a livello nazionale. Come giudica finora l’esperienza e quale reputa la maggiore soddisfazione avuta nel corso di questi dieci anni?

E’ difficile individuarne una, perché nel mio percorso con Bolzano Danza ci sono moltI snodi di cui vado fiero: aver scommesso su artisti emergenti che oggi sono tra i più accrediati sul piano internazionale, aver creato una sezione outdoor per entrare in relazione con la città nel suo insieme, aver affrontato istanze della società attraverso la danza, aver avviato progetti che coinvolgevano il pubblico in modi inediti. In definitiva la principale soddisfazione, guardando indietro, è stata quella di aver trasformato Bolzano Danza in un festival veramente contemporaneo: non solo su un piano artistico, ma su un piano culturale, nella capacità di interagire con la comunità e rispondere ai cambiamenti del nostro tempo.

L’edizione 2023 si preannuncia con un programma ricco ed interessante e sarà un’occasione di festa e coinvolgimento. Cosa si attende dalla compagnia Metamorphosis Dance?

Penso che lo spettacolo “Prisma”, che presenteremo in prima italiana, avrà un’accoglienza calorosa a Bolzano Danza. Conoscevo da tempo i coreografi che guidano questa compagnia, Iratxe Ansa e Igor Bacovich, ma non avevo mai avuto l’occasione di vedere la compagnia dal vivo. E’ stato poi Carlos Tercero, il Consigliere culturale dell’Ambasciata di Spagna a Roma, a suggerirmi questo nuovo spettacolo e gliene sono grato, perché “Prisma” è una coreografia straordinaria che riesce a fondere danza di altissima qualità con una tematica urgente e profonda, quella del terrorismo, affrontata con grande sensibilità.

Nel corso di queste dieci edizioni sotto la sua direzione è stata significativa l’impronta internazionale che ha assunto il festival grazie alla presenza di artisti provenienti da svariati paesi. Ma quale è il festival di danza contemporanea al quale si ispira e con che artista internazionale le piacerebbe collaborare in futuro?

La Biennale de la Danse di Lione per me è stata una grande scuola: un luogo di ispirazione, di incontri, di best practices, di scoperte. Da Lione sono sempre tornato a casa pieno di sogni e di idee per sviluppare nuovi progetti. E in questi anni ho avuto l’occasione di realizzarne con successo tante, così come ho già avuto la fortuna di poter scegliere e collaborare con gli artisti e le artiste internazionali per i quali sentivo una maggior affinità. Per il futuro quindi il mio desiderio è piuttosto quello di poter dare maggiore spazio a talenti che potrebbero ambire a una carriera internazionale, ma ai quali il sistema culturale offre meno possibilità: penso alle donne, per esempio, ma anche agli artisti che provengono da paesi non europei.

E tra i numerosi festival che si organizzano in Spagna, quale è quello che segue maggiormente?

Il Festival Grec è sicuramente quello con cui sento maggior affinità. Abbiamo una visione artistica simile e, nel corso degli anni, abbiamo condiviso produzioni, artisti e amici. Ho molta stima anche per la programmazione che Natalia Álvarez Simó ha impresso al Conde Duque di Madrid: uno spazio culturale dalle dimensioni enormi, con grandi potenzialità, che lei è riuscita a sfruttare appieno.

Le è stato rinnovato l’incarico fino al 2024, quando il Festival celebrerà la quarantesima edizione. Quali sono gli obiettivi per le prossime due edizioni e, perché no, il sogno nel cassetto?

Quello dei quarant’anni è un traguardo importante per un festival dedicato alla danza contemporanea nato nel 1985: quanto è cambiato il mondo in questi anni! Lo vogliamo celebrare in modo festoso, con una grande partecipazione della città, chiamando a raccolta alcuni degli artisti e delle artiste che hanno caratterizzato l’ultimo decennio della mia direzione. Il mio sogno nel cassetto è quello di realizzare una nuova “Sagra della Primavera” con la musica di Igor Stravinsky eseguita dal vivo: il Festival fa capo alla Fondazione Haydn, un’istituzione musicale dotata di una propria orchestra sinfonica che nel tempo sono riuscito a coinvolgere in progetti di danza molto gratificanti. “Sagra della Primavera” è una pietra miliare nella storia della danza ma soprattutto è una partitura complessa e virtuosistica sotto l’aspetto musicale; inoltre prevede un’orchestra di dimensioni enormi: una vera sfida sotto tutti gli aspetti, artisti e produttivi. Non sarebbe un regalo perfetto per la quarantesima edizione?

La pandemia del 2020 nonostante abbia fermato il mondo non ha fermato il Festival che, grazie anche al fatto che si svolga in estate ed in luoghi aperti, non ha subito cancellazioni. Ma come è cambiata, e come cambierà, la maniera di lavorare in ambiti quali danza, musica e teatro a seguito della pandemia?

In realtà Bolzano Danza non si è mai fermato con il lockdown: il Festival fu anzi uno dei primi a riaprire il sipario, in senso letterale. Per l’edizione 2020 ideai una serie di centinaia di brevi performance di danza per un solo spettatore che, accomodandosi nella platea vuota del Teatro Comunale, assisteva all’aprirsi del sipario solo per sé e si trovava difronte a un danzatore o una danzatrice: una manciata di minuti dal forte significato simbolico a cui diedi il titolo di “Eden”, come il luogo del primo incontro tra due essere umani. Furono mesi drammatici, ma anche di atti coraggiosi e sguardi aperti: oggi vedo invece un tempo reazionario, caratterizzato – tanto nell’arte quanto nella società – da un crescente individualismo, con muri che si alzano per proteggere una comfort zone fatta di mediocrità e malessere. Speriamo davvero che la cultura possa continuare a essere un luogo di resistenza e speranza contro questo annichilimento.

Dal 2021 è anche Direttore Artistico di un altro importante festival di danza contemporanea, il Festival Equilibrio che si svolge annualmente a Roma nel corso del mese di febbraio. Quali sono le principali differenze tra i due festival e quali sono i pro e i contro tra l’organizzare un evento in una metropoli del calibro di Roma ed in una realtà più a misura d’uomo come Bolzano?

E’ una domanda che mi sono posto più e più volte quando ho accettato l’incarico di curare il Festival Equilibrio, una manifestazione fondata nel 2005 e che si svolge principalmente all’Auditorium Parco della Musica. Mi chiedevo anche quanto avrei dovuto differenziare le due rassegne e quanto invece sarebbe stato prezioso mantenere una mia linea artistica. Per prima cosa ho messo a fuoco le differenze sostanziali: la dimensione della città è sicuramente una di queste, ma quella più significativa per me è la stagione in cui si collocano: estate e inverno. L’inverno preclude fortemente la possibilità di interazione con lo spazio pubblico, il desiderio del pubblico di stare “fuori”: ma i tempi si fanno più distesi e questo può consentire un maggior focus sugli artisti e I contenuti. Ma l’aspetto più interessante è quello che accomuna I pubblici: che sia estate o inverno, che sia una metropoli o una città di confine, gli spettatori cercano qualità ed emozioni. E quando mi è capitato di presentare lo stesso spettacolo in entrambi I festival, non importava che gli spettatori parlassero tedesco, italiano o romanesco: spiandoli durante lo spettacolo, ho trovato nel loro sguardo la stessa meraviglia.