10 Luglio 2023

Emanuele Masi

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.

Incontriamo Emanuele Masi, direttore artistico del Festival Bolzano Danza, che si terrà dal 20 al 28 luglio 2023 nella Capitale delle Alpi. Quest’anno l’Ambasciata di Spagna in Italia parteciperà al Festival con la prima italiana di Prisma, spettacolo della compagnia Metamorphosis Dance, vincitrice nel 2022 del Premio Max per la miglior coreografia e formata da Iratxe Ansa (Premio Nazionale di Danza 2020) e Igor Bacovich.

Partiamo dai suoi inizi: trentino DOC, comincia a studiare fin da giovanissimo in conservatorio. Da dove nasce questa passione per la musica e per la danza?

Nella mia famiglia la musica e il teatro sono sempre stati presenti e quotidiani, come in tante case italiane potrebbe esserlo il calcio. Fin da piccolo, mentre i miei compagni andavano allo stadio o a giocare a pallone, io suonavo o andavo a teatro con mamma e papà. La danza è invece arrivata per caso, per vie traverse. Non ho mai ballato, ma l’ho incontrata a più riprese da organizzatore fin dai tempi del liceo, quando curavo spettacoli studenteschi per raccogliere fondi. Più tardi ho iniziato a occuparmene, di tanto in tanto, per produzioni ospitate nei teatri d’opera in cui lavoravo: un’attività inizialmente marginale che mi affascinava e che alla fine mi ha sedotto completamente, diventando il mio ambito professionale principale.

Nel 2013 viene nominato direttore artistico del Festival Bolzano Danza, uno dei festival di danza contemporanea più importanti a livello nazionale. Come giudica finora l’esperienza e quale reputa la maggiore soddisfazione avuta nel corso di questi dieci anni?

È difficile individuarne una sola, perché nel mio percorso con Bolzano Danza ci sono molti snodi di cui vado fiero: aver scommesso su artisti emergenti che oggi sono tra i più accreditati a livello internazionale, aver creato una sezione all’aperto per entrare in relazione con la città nel suo insieme, aver affrontato temi e istanze della società attraverso la danza e aver avviato progetti che coinvolgevano il pubblico in modi inediti. In definitiva la soddisfazione più grande, guardando indietro, è aver trasformato Bolzano Danza in un festival davvero contemporaneo: non solo sul piano artistico, ma anche su quello culturale, nella capacità di interagire con la comunità e rispondere ai cambiamenti del nostro tempo.

L’edizione 2023 si preannuncia con un programma ricco e interessante e sarà un’occasione di festa e coinvolgimento. Che cosa si aspetta dalla compagnia Metamorphosis Dance?

Penso che lo spettacolo Prisma, che presenteremo in prima italiana, sarà accolto con grande calore a Bolzano Danza. Conoscevo da tempo i coreografi alla guida della compagnia, Iratxe Ansa e Igor Bacovich, ma non avevo mai avuto l’occasione di vederli dal vivo. È stato poi Carlos Tercero, Consigliere Culturale dell’Ambasciata di Spagna in Italia, a suggerirmi questo nuovo lavoro e gliene sono grato. Prisma è una coreografia straordinaria, capace di fondere danza di altissima qualità con un tema urgente e profondo, quello del terrorismo, affrontato con grande sensibilità.

Nel corso di queste dieci edizioni sotto la sua direzione è stata significativa l’impronta internazionale che ha assunto il festival grazie alla presenza di artisti provenienti da svariati Paesi. Ma qual è il festival di danza contemporanea a cui si ispira e con quale artista internazionale le piacerebbe collaborare in futuro?

La Biennale de la Danse di Lione per me è stata una grande scuola: un luogo di ispirazione, di incontri, di buone pratiche, di scoperte. Da Lione sono sempre tornato pieno di sogni e di idee per nuovi progetti. In questi anni ho avuto l’occasione di realizzarne molti con successo, così come ho già avuto la fortuna di scegliere e collaborare con gli artisti internazionali con cui sentivo maggiore affinità. Per il futuro, il mio desiderio è piuttosto quello di dare più spazio a talenti che potrebbero ambire a una carriera internazionale ma che il sistema culturale sostiene meno: penso alle donne, per esempio, ma anche agli artisti provenienti da Paesi non europei.

E tra i numerosi festival che si organizzano in Spagna, qual è quello che segue maggiormente?

Il Festival Grec è sicuramente quello con cui sento maggiore affinità. Condividiamo una visione artistica simile e, nel corso degli anni, abbiamo collaborato su produzioni, artisti e progetti. Ho grande stima anche per la programmazione che Natalia Álvarez Simó ha portato al Conde Duque di Madrid: uno spazio culturale enorme e ricco di potenzialità che lei è riuscita a valorizzare pienamente.

Le è stato rinnovato l’incarico fino al 2024, quando il Festival celebrerà la 40ª edizione. Quali sono gli obiettivi per le prossime due edizioni e, perché no, il sogno nel cassetto?

Quello dei quarant’anni è un traguardo importante per un festival dedicato alla danza contemporanea nato nel 1985. Quanto è cambiato il mondo da allora! Vogliamo celebrarlo in modo festoso, con una grande partecipazione della città, chiamando a raccolta alcuni degli artisti che hanno segnato l’ultimo decennio della mia direzione. Il mio sogno nel cassetto è realizzare una nuova La Sagra della Primavera con la musica di Igor Stravinsky eseguita dal vivo: il Festival fa capo alla Fondazione Haydn, un’istituzione musicale dotata di una propria orchestra sinfonica che nel tempo sono riuscito a coinvolgere in progetti di danza molto gratificanti. La Sagra della Primavera è una pietra miliare nella storia della danza, ma soprattutto una partitura complessa e virtuosistica dal punto di vista musicale. Inoltre richiede un’orchestra di dimensioni imponenti, una vera sfida sotto ogni aspetto artistico e produttivo. Non sarebbe un regalo perfetto per la quarantesima edizione?

La pandemia del 2020, nonostante abbia fermato il mondo, non ha fermato il Festival che, anche grazie al fatto di svolgersi in estate e in luoghi aperti, non ha subito cancellazioni. Ma come è cambiata e come cambierà la maniera di lavorare in ambiti quali danza, musica e teatro a seguito della pandemia?

In realtà Bolzano Danza non si è mai fermato durante il lockdown, il Festival fu uno dei primi a riaprire il sipario in senso letterale. Per l’edizione 2020 ideai centinaia di brevi performance di danza per un solo spettatore che, seduto nella platea vuota del Teatro Comunale, assisteva all’aprirsi del sipario solo per sé e si trovava di fronte a un danzatore o una danzatrice: pochi minuti dal forte valore simbolico, che intitolai Eden, come il luogo del primo incontro tra due esseri umani. Furono mesi drammatici, ma anche di atti coraggiosi e di sguardi aperti. Oggi vedo invece un tempo reazionario caratterizzato, nell’arte come nella società, da un crescente individualismo e da muri che si alzano per proteggere una comfort zone fatta di mediocrità e malessere. Speriamo davvero che la cultura possa continuare a essere un luogo di resistenza e speranza contro questo annichilimento.

Dal 2021 è anche direttore artistico di un altro importante festival di danza contemporanea, il Festival Equilibrio, che si svolge annualmente a Roma nel mese di febbraio. Quali sono le principali differenze tra i due festival e quali sono i pro e i contro dell’organizzare un evento in una metropoli come Roma rispetto a una realtà più a misura d’uomo come Bolzano?

È una domanda che mi sono posto più volte quando ho accettato l’incarico di curare il Festival Equilibrio, una manifestazione fondata nel 2005 e ospitata principalmente all’Auditorium Parco della Musica. Mi chiedevo anche quanto avrei dovuto differenziare le due rassegne e quanto invece sarebbe stato prezioso mantenere una mia linea artistica. Per prima cosa ho messo a fuoco le differenze sostanziali e la dimensione della città è certamente una di queste, ma quella più significativa per me riguarda la stagione in cui si collocano: estate e inverno. L’inverno limita fortemente la possibilità di interagire con lo spazio pubblico e il desiderio del pubblico di stare “fuori”, ma allo stesso tempo i ritmi si fanno più distesi e questo può favorire un maggiore approfondimento sugli artisti e sui contenuti. L’aspetto più interessante, tuttavia, è ciò che accomuna i pubblici. Sia d’estate sia d’inverno, in una metropoli come in una realtà periferica, gli spettatori cercano qualità ed emozioni. E quando mi è capitato di presentare lo stesso spettacolo in entrambi i festival, non importava che il pubblico parlasse tedesco, italiano o romanesco: osservandoli durante lo spettacolo, nei loro occhi ho ritrovato la stessa meraviglia.