Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.
Darko Peric, celebre per il ruolo di Helsinki nella serie La casa de papel, ha sviluppato negli anni un profondo legame con l’Italia. L’attore serbo-spagnolo, oltre ad aver conquistato il pubblico con la sua intensa interpretazione, ha preso parte a numerose produzioni cinematografiche italiane dimostrando una notevole affinità con il panorama artistico e culturale italiano.
Arrivi in Spagna per caso nel 2004 dopo aver vissuto in Serbia, Romania e Germania. Cosa ti ha poi spinto a rimanerci definitivamente?
Nel 2004 vivevo a Berlino, la città degli artisti, e mi recai a Barcellona per un festival. Era un luogo incredibile che non conoscevo e, appena arrivato, me ne innamorai, decidendo di restare a viverci. Oggi ho la residenza a Barcellona ma, lavorando in tutto il mondo, la vivo come un turista. Mi piace girarla a piedi o in bicicletta anche perché, sotto questo aspetto, la considero l’Amsterdam del Mediterraneo.
Il 2017 è un anno cruciale per la tua carriera poiché ti viene offerta la possibilità di recitare nella serie La casa de papel, destinata a diventare la serie televisiva in lingua non inglese più vista di sempre. Quando hai capito che La casa de papel non era più solo una serie ma un fenomeno mondiale?
Lavoro nel mondo del cinema dal 2007, e in Spagna la gente mi conosceva soprattutto per la serie Mar de plástico, andata in onda su Antena 3 tra il 2015 e il 2016. Ciò che successe tra il 2017 e il 2018 fu qualcosa di incredibile e di difficilmente spiegabile dal momento che La casa de papel ebbe un successo planetario e inizialmente soprattutto all’estero. Cominciammo a renderci conto della sua popolarità grazie ai social e successivamente, viaggiando per tutto il mondo, fu ancora più chiaro. Le scene vissute a Bogotá, San Paolo, Istanbul, Napoli e al Festival del Cinema di Venezia, dove con Jaime Lorente non riuscivamo nemmeno a camminare, furono davvero impressionanti.
Che ruolo pensi abbia avuto La casa de papel nel boom delle serie televisive spagnole a livello mondiale?
Nel 2010 lavorai a Madrid per la serie Crematorio prodotta da Canal+ che, a mio avviso, cambiò realmente il volto delle serie televisive spagnole sia per il look sia per la fotografia segnando un prima e un dopo. La casa de papel è stata la prima serie spagnola a vincere un premio Emmy, il riconoscimento televisivo più prestigioso negli Stati Uniti, e ha certamente contribuito a dare alle produzioni spagnole la visibilità e il riconoscimento internazionale che prima non avevano. L’avvento delle piattaforme streaming e di Netflix, che hanno reso l’accesso al cinema più immediato e diretto, ha sicuramente favorito questo boom. Ricordo ad esempio che negli anni Ottanta e Novanta la serie italiana La Piovra divenne molto popolare nell’Europa dell’Est, dove veniva costantemente trasmessa in TV, ma non in Spagna o negli Stati Uniti.
Cosa rappresenta Helsinki per te come attore? Ti sei mai identificato con lui in qualche momento della tua vita?
È certamente uno dei personaggi più amati della serie, ma dipende tutto dalle decisioni degli sceneggiatori. Ho contribuito a renderlo uno dei personaggi balcanici della serie e, se oggi sono dove sono, è certamente grazie a Helsinki e a La casa de papel. Tuttavia, prima e dopo di lui, ho interpretato molti altri personaggi meno conosciuti ma altrettanto interessanti.
Con chi sei ancora in contatto del cast?
Nel cast di La casa de papel ci sono sempre state due generazioni di attori, e io sono rimasto naturalmente più in contatto con quelli della mia come Álvaro Morte, Pedro Alonso, Itziar Ituño o Enrique Arce. Quando iniziarono le riprese tra Madrid e Colmenar Viejo, fu per me una novità assoluta anche perché non conoscevo nessuno dei miei colleghi. Fino alla seconda stagione, quando entrò nel cast il mio amico Luka Peroš, ero l’unico a vivere a Barcellona.
Ti sei sempre dichiarato un grande amante del cinema italiano. C’è un attore italiano del passato o del presente che ammiri particolarmente?
Del passato ce ne sono tanti, ma se dovessi citarne alcuni sceglierei certamente attori come Sophia Loren, Alberto Sordi o registi come Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini e Tinto Brass. Essendo da sempre un grande appassionato di cinema western, devo ovviamente menzionare anche Sergio Leone, Sergio Corbucci e un’icona come Bud Spencer. Del cinema italiano contemporaneo stimo invece molto attori come Luca Marinelli, Claudio Santamaria, Pierfrancesco Favino, Roberto Benigni e Franco Nero. La cultura italiana ha sempre avuto un forte impatto nell’ex Jugoslavia, già negli anni Sessanta e Settanta i miei genitori seguivano e adoravano il Festival di Sanremo. Io sono cresciuto leggendo i fumetti di Sergio Bonelli come Alan Ford, Dylan Dog, Martin Mystère e Zagor, che in Spagna sono ancora poco conosciuti.
Hai recitato nei film italiani La prima regola, Ricchi a tutti i costi, La versione di Giuda, Alla festa della rivoluzione, La morte ci divide e Greta e le favole vere. Cosa ti ha colpito maggiormente del cinema italiano?
Negli ultimi anni, il cinema italiano ha conosciuto una straordinaria rinascita grazie all’emergere di nuovi talenti e alla produzione di opere innovative che hanno conquistato l’attenzione internazionale. Questo riscatto è tanto più significativo se si considera che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, ha attraversato un periodo di profonda crisi. Partecipo spesso a un festival di cinema western ad Almería, città che è stata set di numerosi capolavori di Sergio Leone e Sergio Corbucci. In quella zona è ancora vivo il ricordo di quegli anni in cui il cinema italiano rappresentava un’avanguardia per gli spagnoli e non aveva nulla da invidiare a quello americano.
Hai trovato differenze nel modo di lavorare tra set italiani e spagnoli?
Ho sempre trovato affascinante il caos creativo, spesso sorprendentemente efficace, che caratterizza il cinema italiano. La qualità dei registi, dei direttori della fotografia e di tutti i professionisti che lo circondano, come dimostrano anche il crescente riconoscimento internazionale che sta ricevendo e le numerose co-produzioni con Hollywood, è davvero altissima.
E tra i personaggi che ti hanno proposto in Italia e in Spagna?
Sono consapevole di essere, anche per via del mio marcato accento dell’Europa orientale, un attore caratterista. In Italia ho però interpretato ruoli nuovi recitando ad esempio la parte di un apostolo nel film La versione di Giuda di Giulio Base o quella di un monaco nel film La morte ci divide.
Nel passato hai lavorato anche come tatuatore e come veterinario. Ora che sei un attore affermato con quale regista di fama internazionale ti piacerebbe lavorare? E quale ruolo sogni di interpretare?
Apprezzo molto registi come Giuseppe Tornatore, Matteo Garrone o Arnaldo Catinari e mi piacerebbe recitare in un film western, in una commedia o in un film di pirati dal momento che ho sempre preferito il cinema d’autore piuttosto che la Marvel o le serie TV. Sono laureato in medicina veterinaria e sto cercando di unire questa mia passione con quella per il cinema realizzando nuovi progetti come Territory, documentario sul leopardo delle nevi girato in Kirghizistan, o come un altro progetto che realizzerò nei prossimi mesi in Messico dedicato a un anfibio chiamato “axolotl”. Un altro progetto in fase di sviluppo si chiama Porquería e coinvolgerà Spagna, Messico e Argentina. Sono stato vegetariano per sei anni e ho ricominciato a mangiare carne solo due anni fa su consiglio del mio medico. Siamo otto miliardi di persone e credo che questa consapevolezza dovrebbe guidarci verso un futuro più sostenibile.
Foto: Stefan Đaković