Cuarteto Quiroga

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.

Il Cuarteto Quiroga terrà un concerto il 3 marzo presso il Palazzo Reale di Milano con motivo della chiusura dell’esposizione “GOYA. La ribellione della ragione”.

Il Cuarteto viene fondato nel 2003 e prende il suo nome da Manuel Quiroga, uno dei violinisti spagnoli più importanti della storia. Ma come si forma il gruppo e a chi si deve questa geniale intuizione?

Il quartetto venne fondato nell’estate del 2003 grazie all’entusiasmo suscitato nei suoi allora giovani fondatori dallo straordinario repertorio scritto per questo genere musicale e dalla filosofia di lavoro rappresentata dalla disciplina strumentale del quartetto d’archi. I suoi fondatori decisero di chiamare il quartetto in onore di uno degli strumentisti più importanti, il violinista galiziano (di Pontevedra) Manuel Quiroga, dando così al gruppo un’identità e una denominazione di origine culturale. La figura di Quiroga, di statura internazionale ma purtroppo non sufficientemente conosciuta, merita ogni appoggio. La nostra attività cerca da oltre 20 anni di restituire la sua memoria attiva sui palcoscenici più importanti del mondo ponendoci come ambasciatori della sua portata storica e della sua straordinaria statura.

Quali sono le principali influenze musicali che hanno contribuito a formare lo stile unico del vostro quartetto?

Abbiamo avuto la fortuna di avere grandi maestri, professori e quartettisti leggendari che ci hanno trasmesso un’eredità privilegiata e sempre saremo debitori dei loro saggi insegnamenti. I più importanti sono: Rainer Schmidt (Hagen Quartet), che è un po’ come il nostro padre musicale e che ci ha educato al valore dell’ascolto più attento, umile e generoso sia della partitura che del resto; Walter Levin (LaSalle Quartet), maestro dei maestri e il cui insegnamento del rigore, della disciplina e del massimo rispetto del testo oltre che del valore civico e impegnato della nostra attività professionale ci accompagnerà sempre; e, infine, Hatto Beyerle (Alban Berg Quartet) che ci ha insegnato l’importanza di intendere la musica come discorso sonoro con valore retorico e con il desiderio di raccontare storie, di costruire racconti musicali storicamente informati e dotati di eloquenza narrativa e poetica. Altre influenze importanti sono stati gli insegnanti della scuola ungherese che abbiamo avuto l’onore di incontrare: András Keller, Ferenc Rados e György Kurtág.

Qual è il vostro processo di collaborazione quando affrontate nuovi pezzi o arrangiamenti, e come prendete decisioni artistiche all’interno del gruppo?

Le decisioni artistiche vengono sempre prese di comune accordo e sono il risultato di un lungo, complesso e attento processo di studio e prove. A partire dall’analisi della partitura costruiamo insieme una narrazione musicale che scaturisce dal massimo rispetto del testo ma che è assolutamente personale poiché è accettata collettivamente dal gruppo come autenticamente proprio.

Cosa rende unico il vostro approccio alla musica classica e come cercate di connettervi con il pubblico attraverso le vostre esecuzioni?

Abbiamo la fortuna di disporre di un repertorio privilegiato: i compositori hanno storicamente riversato il meglio di sé nel quartetto d’archi, quindi il nostro compito è quello di raccontare sonoramente e retoricamente al pubblico le mille meraviglie di questa musica che abbiamo la fortuna di suonare. Condividiamo il fascino per questi sublimi testi musicali e cerchiamo di trasmettere al pubblico, ricercando chiarezza nel nostro agire musicale, tutta la bellezza che vediamo in questo repertorio unico. Si produce così un esercizio di comunicazione che si basa sul rispetto, sull’ascolto e sulla fascinazione per quest’arte. È difficile, in qualsiasi disciplina, non connettersi con qualcuno che ti racconta qualcosa con rigore, entusiasmo premuroso e genuino fascino.

Qual è il invece vostro approccio alla preparazione per concerti importanti e come gestite la pressione prima di salire sul palco?

Una buona preparazione individuale e collettiva dà sempre fiducia. E questa preparazione deve basarsi da un lato sull’etica del rigore, dello studio, della disciplina e, dall’altro, su un esercizio generoso del lavoro di squadra, del sostegno reciproco e dell’esserci sempre gli uni per gli altri. Salire sul palco diventa così una celebrazione di questo modo di vivere, un momento in cui desideriamo solo condividere con il pubblico il meraviglioso e interminabile viaggio di scoperta e ricerca che ci porta verso il cuore della musica che eseguiamo.

C’è un concerto del passato o un luogo in cui vi siete esibiti che ricordate con particolare affetto?

Ognuno di essi, per ragioni diverse. Da quelli oggettivamente più importanti o rilevanti (sia per essersi tenuti in indimenticabili luoghi di grande importanza internazionale che per essere stati condivisi con leggendari compagni di scena o per essere stati una prima assoluta di opere di importanti compositori viventi), a quelli soggettivamente più speciali per essersi svolti in luoghi dove la Musica non sempre arriva e grazie ai quali abbiamo avuto modo di avvicinarci alle comunità umane (carceri, ospedali, luoghi remoti, gruppi a rischio di esclusione sociale, ecc.) dove la musica è più necessaria perché è molto più che arte: è uno strumento entusiasmante per la trasformazione sociale.

Quali sono le vostre aspettative per il concerto del 3 marzo? Conoscete l’Italia?

Abbiamo avuto il privilegio di suonare in meravigliosi luoghi come Firenze, Napoli, Roma, Bologna, Trieste, Reggio Emilia, Trento e un lungo eccetera, ma sarà la nostra prima volta a Milano. Siamo estremamente emozionati anche perché si tratta di un programma speciale attorno alla musica scritta all’epoca del grande Goya, a cui abbiamo dedicato il nostro album “Heritage: The Music of Madrid in the Time of Goya”. Inoltre, il nostro quartetto ha un legame speciale con l’Italia: come vincitore del più importante concorso internazionale del Paese e di uno dei più importanti al mondo, il Premio Paolo Borciani di Reggio Emilia (dedicato alla memoria del leggendario violinista del Quartetto Italiano), e perché la nostra violinista Cibrán Sierra suona un bellissimo violino Nicola Amati del 1682 generosamente donato dagli eredi di Paola Modiano per essere suonato in suo onore e memoria.

Quali sono i vostri obiettivi a lungo termine come ensemble e quali sfide pensate che il gruppo dovrà affrontare in futuro?

Continuare a godere di questo bellissimo lavoro con lo stesso entusiasmo, la stessa disciplina di ascolto e la stessa generosità collettiva coltivando il piacere, giorno dopo giorno, di affrontare con umiltà, gioia e rigore le meravigliose sfide di apprendimento e di scoperta che questo repertorio infinito ci offre.