Cesc Fàbregas

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.

Solamente undici calciatori hanno partecipato al leggendario grande slam Europeo – Mondiale – Europeo della nazionale spagnola tra il 2008 e 2012. Cesc Fàbregas è uno di loro e dal 2022 vive in Italia, dove lo scorso mese di novembre è stato nominato nuovo allenatore del Como che ha recentemente condotto alla promozione in Serie A dopo 21 anni.

Partiamo dai tuoi inizi: come hanno vissuto i tuoi genitori il tuo avvicinamento al professionismo e la tua scelta di lasciare Arenys de Mar per una metropoli come Londra a soli 16 anni?

Sicuramente all’inizio non è stato facile, soprattutto prendere una decisione così importante a soli 16 anni. Io avevo il sogno di diventare un giocatore professionista e l’Arsenal aveva una delle migliori scuole quindi alla fine è stato molto importante. Grazie alle tante persone che ho avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino il periodo di ambientamento non è stato troppo complicato. Ad ogni modo, quando uno ha un sogno vive con la consapevolezza che alcuni sacrifici vanno fatti per realizzarlo, per cui sono sempre stato abbastanza focalizzato sul mio obiettivo. Sicuramente devo tanto ad Arsene Wenger per aver creduto fin da subito in me, ha reso le cose più semplici.

Nel corso della tua ventennale carriera da calciatore hai giocato quasi 900 partite tra club e nazionali vincendo tanti trofei. Ma quale è stato il momento che ricordi con più piacere?

Ogni vittoria è bella a suo modo ma è ovvio che il Mondiale vinto con la Spagna è stato davvero qualcosa di unico. Ogni volta che ripenso a quei momenti lo faccio con un sorriso, vincere un mondiale ti consegna all’immortalità, quello che abbiamo fatto io e i miei compagni è stato straordinario e rimarrà per sempre.

Quali sono le principali differenze che hai notato tra l’approccio allo sport in Spagna e in Italia, sia come giocatore che come allenatore?

Il calcio è uno sport globale e più passa il tempo più le differenze tra i veri paesi si assottigliano. In Italia però c’è tanta tattica in generale e forse un po’ meno tecnica, per quanto riguarda la Serie B quello che si nota è che in tante partite si difende uomo contro uomo mentre in Spagna le soluzioni difensive sono più varie. In questo momento però ci sono tanti tecnici italiani che puntano al gioco offensivo, tipo Spalletti o De Zerbi, diciamo che delle piccole differenze rimangono ma non sono totalizzanti.

Come spieghi l’incredibile successo che ha avuto la Spagna negli sport nei primi 20 anni del nuovo millennio? Pensi sia ripetibile?

Sicuramente va dato credito alle tante realtà e persone che hanno lavorato per creare una generazione vincente di sportivi, non c’è dubbio. Certe cose poi sono cicliche, io e i miei compagni siamo stati bravi a ripagare la fiducia che tanta gente ci ha dato. Se sarà ripetibile non lo so, ma in questo momento nella nazionale spagnola ci sono molti giovani veramente forti.

Quali sono invece le principali differenze culturali che hai riscontrato nella vita di tutti i giorni tra la Spagna e l’Italia?

Siamo entrambi due popoli latini e quindi ci avviciniamo molto come modo di vivere e cultura. Non vedo grossissime differenze. In Italia poi mi trovo molto bene sia io che tutta la mia famiglia perché è un posto bellissimo.

Spesso si dice che gli allenatori di calcio non abbiano una vita privata a causa dei continui impegni. Come riesci a mantenere un equilibrio tra la tua vita personale e il ruolo di allenatore? Ti manca la “libertà” di quando eri calciatore?

Trovare un proprio equilibrio personale tra lavoro e vita privata non solo è utile, ma è fondamentale per un allenatore di calcio. Ti permette di ricaricare le batterie per tornare al lavoro. Ovviamente un allenatore è impegnato molto più tempo rispetto a un calciatore e devo dare credito a mia moglie che ha davvero tanta pazienza nel capire il mio lavoro e la mia passione. È una persona molto importante per me e grazie a lei sono un uomo, e quindi un professionista, migliore. Per me il lavoro è passione, sento l’energia e il fuoco dentro, quindi non mi pesa, ma sono perfettamente conscio dell’importanza di questo equilibrio e quando posso dedico sempre del tempo alla famiglia per potermi, come dicevo prima, ricaricare.

Sei stato allenato da alcuni dei migliori allenatori della storia del calcio, da Guardiola a Mourinho passando per Wenger e del Bosque. Quale allenatore ha maggiormente influenzato la tua idea di gioco?

Da ogni allenatore ho preso qualcosa che mi porto dentro in questa nuova esperienza, perché ho avuto la fortuna di essere allenato da grandi tecnici che hanno fatto la storia di questo sport. Non ce n’è uno in particolare, perché voglio portare avanti la mia visione, che è composta anche dai vari insegnamenti che ho tratto da ognuno di loro.

Guardando al futuro della tua carriera da allenatore, quali sono gli obiettivi a corto raggio?

Abbiamo ottenuto la promozione in Serie A in un campionato difficile, ma questo è solo un primo passo. Spero di poterne fare altri con il Como, un club nel quale mi trovo benissimo. Un allenatore deve sempre stare molto attento a non guardare troppo in avanti, perchè il calcio è imprevedibile.

Salvo una breve parentesi tra il 2011 e il 2014 non vivi in Spagna dal 2003. Ti piacerebbe tornarci un giorno?

La Spagna fa parte della mia vita e sarà per sempre casa mia, infatti ogni volta che posso ci torno. Chiaramente faccio un lavoro che mi ha portato, mi porta e probabilmente mi porterà lontano da casa per alcuni periodi. E’ un compromesso che devo accettare. In futuro, in prospettiva, certamente mi piacerebbe tornarci a vivere e se ci saranno le condizioni sicuramente ne sarò molto felice.

© foto: Como 1907