Ana Quiles

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.

Giornalista sportiva, nasce ad Elche nel 1992 e vive in Italia dal 2016 dove attualmente lavora per Sky Sport dopo essere stata, tra le altre cose, per due anni opinionista de “La Domenica Sportiva” su Rai 2.

Come e quando è nata la scelta di dedicarti al giornalismo sportivo?

Lo sport, e in particolare il calcio, è stato molto presente nella mia famiglia sin da quando ero bambina. Mio nonno era presidente dell’Elche CF e l’attività di famiglia era completamente incentrata sullo sport. Sognavo di far parte del mondo dello sport come disegnatrice o come “narratrice” degli eventi più importanti e, quando nel corso del mio secondo anno in giornalismo a Elche un amico mi disse che una pagina web cercava qualcuno che scrivesse le cronache delle partite di Terza Divisione, ci provai e mi piacque. Da lì passai poi al giornale locale dove ho seguito tutti gli sport e l’Elche CF in Prima Divisione.

Dopo aver vissuto a lungo tra Stati Uniti e Spagna, cosa ti ha spinto a trasferirti in Italia e come trovi la vita qui rispetto alla Spagna?

Una volta terminata l’università mi sarebbe piaciuto trasferirmi a Madrid ma, non vedendo molte opzioni, decisi di fare domanda per una borsa di studio per andare lontano, il più lontano possibile! Questa borsa di studio mi dava la possibilità di scegliere tra 5 Paesi e scelsi in primis gli Stati Uniti, poi Canada, Australia, Inghilterra e, per ultima, l’Italia. Il destino volle poi che dall’Italia mi chiamassero a lavorare per un’agenzia chiamata Rome Reports che si occupava di arte, cultura e notizie sul Vaticano per le televisioni di tutto il mondo. La mia vita lavorativa si è sviluppata in Italia in questi otto anni in cui, oltre a lavorare per le televisioni nazionali italiane, ho lavorato come corrispondente per i media nazionali in Spagna, Argentina, Stati Uniti e Perù.

Quali sono le principali differenze che hai notato tra Italia e Spagna nel modo di vivere e gestire eventi sportivi?

Penso che in Italia sia tutto vissuto in maniera molto più intensa, e questo lato mi piace molto. Tutti parlano di calcio, dal tassista al parrucchiere, e mi entusiasma il fatto che si sentano così coinvolti perché per me è contagioso quando lavoro.

E quali invece le principali differenze nel campo del giornalismo sportivo?

Nel giornalismo sportivo italiano ho notato sin da subito che non c’erano tante donne che fossero veramente giornaliste o che avessero studiato giornalismo, era tutta una questione più estetica. A volte vedo in Italia cose che in Spagna, Francia o Inghilterra non sarebbero ben viste ma per fortuna, seppur ci sia ancora molto da fare, sembra che poco a poco la situazione stia cambiando.

Ritieni quello del giornalismo sportivo un settore in cui sia ancora eccessivamente ampio il divario tra presenza maschile e femminile?

Penso che le donne siamo giudicate molto di più per il nostro aspetto fisico, ed è vero che sembra che dobbiamo sempre mostrare più di quello che siamo. Io sono spagnola, molte persone non capivano perché fossi qui o perché dessero spazio a una straniera ed all’inizio è stato un po’ complicato. Per fortuna ho però trovato persone che si sono fidate di me, che hanno creduto nelle mie capacità ed a cui sarò eternamente grata.

Che consiglio daresti a una giovane laureanda che aspira ad una carriera da giornalista sportivo?

Di non scegliere la strada più facile, questo è almeno ciò che ho fatto io. I miei progressi sono sempre stati fatti a piccoli passi. Ho iniziato con giornale, radio e TV locali, da lì sono passata a lavorare per la televisione nazionale intervistando la gente per strada, poi come reporter in diverse parti del mondo alla ricerca di notizie, poi la TV locale di Roma, la Rai, sul campo con Mediaset España e CBS ed ora Sky. Penso che sia molto importante non saltare le tappe per la troppa fretta di arrivare.

In cosa dovrebbe prendere spunto il movimiento sportivo femminile italiano da quello spagnolo che nel corso degli ultimi anni è riuscito a coinvolgere una grande quantità di pubblico ed a vincere importanti titoli a livello internazionale?

Credo che lo sport femminile in Spagna sia molto più consolidato e meno discusso. Lo scorso 25 maggio ho assistito alla finale della Champions League femminile a Bilbao dove, oltre a lavorare e conoscere i protagonisti, mi sono resa conto del grande sostegno che ha in Spagna il calcio femminile. Hanno infatti battuto il record di presenze allo stadio con 50.000 spettatori, in Italia ancora non succede.

Quali sarebbero invece le misure da prendere per tentare di ridurre la disparità salariale tra donne e uomini nel mondo dello sport, e cosa ne pensi delle parole rilasciate recentemente sul tema da Rafa Nadal?

Penso che qualsiasi imposizione sia negativa e che le cose dovrebbero funzionare per meritocrazia. Ogni sportivo viene valutato in base al suo impatto mediatico, a ciò che genera, a ciò che muove in termini di fan e, ovviamente, alle sue prestazioni sportive. Nel caso di Nadal, che guadagna molto grazie ai suoi sponsor e ai tornei vinti, arriverà un momento in cui ci sarà più uguaglianza ma, se si pensa per esempio a qualsiasi squadra di calcio maschile, c’è sempre un giocatore che guadagna più di un altro. Sarebbe certamente necessario sostenere maggiori investimenti nello sport femminile e fornire le strutture e gli impianti che hanno gli uomini. Ci sono molti club di calcio femminile in Spagna e in Inghilterra che già lo fanno. Ricordo che anni fa feci uno stage in una redazione, e due mesi dopo due mesi venni a sapere che il ragazzo che aveva iniziato a fare lo stage il mio stesso giorno, alle mie stesse condizioni e con i miei stessi orari guadagnava il doppio rispetto a me. Chiesi ovviamente il motivo al capo il quale, senza darmi spiegazioni, mi comunicò che il mese successivo mi avrebbero aumentato lo stipendio. Questo è un grande esempio di disparità, non so se perché fossi donna o meno, ma era così.

Nonostante la tua giovane età hai avuto la fortuna di vivere il periodo in cui la carta stampata era ancora il fulcro dell’informazione. Cosa ne pensi dell’uso della tecnologia e dei social nel giornalismo contemporaneo e come lo applichi nel tuo lavoro quotidiano?

Sono sempre stata una persona che ama la carta e sempre la amerò. Sono ancora una delle poche che preferisce comprare il giornale al mattino e leggere libri fisici e non con il telefono, soprattutto perché non ricordo molto di ciò che leggo su uno schermo rispetto a quando lo tengo fisicamente in mano. È vero che con tutto lo scambio immediato di informazioni il giornale è obsoleto alle 12 del mattino, ma sono gusti. Penso che l’ideale sia combinare entrambe le cose. Forse sono giovane ma vintage dentro.

Quali sono stati i momenti più emozionananti che hai vissuto finora nel corso della tua carriera?

Il momento più emozionante o, diciamo sconvolgente, è stato quello della copertura del terremoto di Amatrice sulla TV nazionale quando ero appena arrivata a Roma. È stata la mia prima esperienza come cronista nazionale ed è stata molto dura ma formativa. Poi incontrare il Papa, intervistare Anna Wintour, coprire un Europeo sul campo con Mediaset Spagna, coprire un Europeo con Rai 2 ogni sera, coprire la Champions League o i Mondiali di calcio in Qatar. Ce ne sono stati milioni e spero che ce ne siano molti altri in futuro!

© foto: Ana Quiles