19 Giugno 2024

Ana Quiles

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi.

Giornalista sportiva, nasce a Elche nel 1992 e vive in Italia dal 2016 dove attualmente lavora per Sky Sport dopo essere stata per due anni opinionista di La Domenica Sportiva su Rai 2.

Come e quando è nata la scelta di dedicarti al giornalismo sportivo?

Lo sport, e in particolare il calcio, è stato molto presente nella mia famiglia sin da quando ero bambina. Mio nonno era presidente dell’Elche CF e l’attività di famiglia era completamente incentrata sullo sport. Sognavo di far parte del mondo dello sport come illustratrice o narratrice degli eventi più importanti e, quando nel corso del mio secondo anno di giornalismo a Elche un amico mi disse che una pagina web cercava qualcuno che scrivesse le cronache delle partite di Terza Divisione, ci provai e capii subito che mi piaceva. Da lì passai poi al giornale locale dove ho seguito tutti gli sport e l’Elche CF in Prima Divisione.

Dopo aver vissuto negli Stati Uniti e in Spagna, cosa ti ha spinto a trasferirti in Italia e come trovi la vita qui rispetto alla Spagna?

Una volta terminata l’università mi sarebbe piaciuto trasferirmi a Madrid ma, non vedendo molte opzioni, decisi di fare domanda per una borsa di studio per andare lontano, il più lontano possibile! Questa borsa di studio mi dava la possibilità di scegliere tra cinque Paesi e scelsi tra Stati Uniti, Canada, Australia, Inghilterra e, per ultima, l’Italia. Il destino volle poi che dall’Italia mi chiamassero a lavorare per un’agenzia chiamata Rome Reports che si occupava di arte, cultura e notizie sul Vaticano per le televisioni di tutto il mondo. La mia vita lavorativa si è sviluppata in Italia negli ultimi otto anni durante i quali, oltre a collaborare con le televisioni nazionali, ho lavorato come corrispondente per i media nazionali in Spagna, Argentina, Stati Uniti e Perù.

Quali sono le principali differenze che hai notato tra Italia e Spagna nel modo di vivere e gestire eventi sportivi?

Penso che in Italia sia tutto vissuto in maniera molto più intensa e questo aspetto mi piace molto. Tutti parlano di calcio, dal tassista al parrucchiere, e mi entusiasma il fatto che si sentano così coinvolti ed è contagioso quando lavoro.

E quali invece le principali differenze nel campo del giornalismo sportivo?

Nel giornalismo sportivo italiano ho notato sin da subito che non c’erano tante donne che fossero giornaliste o che avessero una formazione giornalistica, prevaleva l’aspetto estetico. A volte vedo in Italia cose che in Spagna, Francia o Inghilterra non sarebbero ben viste ma per fortuna, seppur ci sia ancora molto da fare, sembra che poco a poco la situazione stia cambiando.

Ritieni quello del giornalismo sportivo un settore in cui sia ancora eccessivamente ampio il divario tra presenza maschile e femminile?

Penso che le donne siano giudicate molto più degli uomini per l’aspetto fisico, e spesso sembra che dobbiamo dimostrare più del necessario. Io sono spagnola, molte persone non capivano perché fossi qui o perché dessero spazio a una straniera e all’inizio è stato un po’ complicato. Per fortuna ho però trovato persone che si sono fidate di me, che hanno creduto nelle mie capacità e a cui sarò eternamente grata.

Che consiglio daresti a un’aspirante giornalista sportiva?

Di non scegliere la strada più facile, questo è almeno ciò che ho fatto io. I miei progressi sono sempre arrivati a piccoli passi. Ho iniziato con il giornale, la radio e le TV locali, poi sono passata alla televisione nazionale, dove intervistavo la gente per strada. In seguito ho lavorato come reporter in diverse parti del mondo, quindi nelle TV locali di Roma, alla Rai, sul campo con Mediaset España e CBS, e infine a Sky Sport. Credo sia fondamentale non saltare le tappe per la fretta di emergere.

In cosa dovrebbe prendere spunto il movimento sportivo femminile italiano da quello spagnolo che nel corso degli ultimi anni è riuscito a coinvolgere una grande quantità di pubblico e a vincere importanti titoli a livello internazionale?

Credo che lo sport femminile in Spagna sia molto più consolidato e meno discusso. Lo scorso 25 maggio ho assistito alla finale della Champions League femminile a Bilbao dove, oltre a lavorare e conoscere i protagonisti, mi sono resa conto del grande sostegno che ha in Spagna il calcio femminile. In quell’occasione è stato battuto il record di presenze allo stadio, con cinquantamila spettatori. In Italia questo ancora non accade.

Quali misure andrebbero adottate per tentare di ridurre la disparità salariale tra donne e uomini nel mondo dello sport, e cosa ne pensi delle parole rilasciate recentemente sul tema da Rafa Nadal?

Penso che qualsiasi imposizione sia negativa e che tutto dovrebbe funzionare per meritocrazia. Uno sportivo viene valutato per il suo impatto mediatico, per ciò che genera e per le sue prestazioni. Per ridurre il divario tra uomini e donne servono però più investimenti nello sport femminile, strutture adeguate e professionalizzazione. In Spagna e in Inghilterra molti club stanno già seguendo questa strada. Anni fa svolsi uno stage in una redazione e due mesi dopo scoprii che il ragazzo entrato lo stesso giorno, con le mie stesse mansioni, guadagnava il doppio. Chiesi spiegazioni e mi dissero soltanto che il mese successivo mi avrebbero aumentato lo stipendio. È un esempio evidente di disparità, qualunque ne fosse la ragione.

Nonostante la tua giovane età, hai avuto la fortuna di vivere il periodo in cui la carta stampata era ancora il fulcro dell’informazione. Cosa ne pensi dell’uso della tecnologia e dei social nel giornalismo contemporaneo e come lo applichi nel tuo lavoro quotidiano?

Sono sempre stata molto legata alla carta e continuerò ad amarla. Faccio ancora parte di quei pochi che preferiscono comprare il giornale al mattino e leggere libri in formato cartaceo invece che sul telefono, soprattutto perché ricordo molto meglio ciò che leggo su carta rispetto a ciò che scorro su uno schermo. È vero che con tutto lo scambio immediato di informazioni il giornale è obsoleto alle dodici del mattino, ma sono gusti. Penso che l’ideale sia combinare entrambe le cose. Forse sono giovane, ma vintage dentro.

Quali sono stati i momenti più emozionanti che hai vissuto finora nel corso della tua carriera?

Il momento più emozionante, o meglio sconvolgente, è stato quello della copertura del terremoto di Amatrice sulla TV nazionale quando ero appena arrivata a Roma. È stata la mia prima esperienza come cronista nazionale ed è stata molto dura ma formativa. Poi incontrare il Papa, intervistare Anna Wintour, seguire un Europeo sul campo con Mediaset España, un altro con Rai 2 ogni sera, coprire la Champions League o i Mondiali di calcio in Qatar. Ce ne sono stati moltissimi e spero che ce ne siano molti altri in futuro.

Foto: Ana Quiles