Alfonso Botti

Intervista a cura di Francesco Maria Menghi

Professore Ordinario di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi linguistici e culturali dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Alfonso Botti è condirettore della collana di “Spagna contemporanea” e della collana “Ispanismo” dell’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino.

Come nasce l’idea di Spagna Contemporanea? E perchè a Torino?

All’inizio ci sono alcune riunioni tra il 1989 1 il 1991 che un giovane collaboratore dell’Istituto di Studi storici Gaetano Salvemini di Torino, Marco Novarino, appassionato di cose spagnole, organizza per uno scambio di vedute tra quanti in Italia, dentro e fuori delle Università, si dedicano alla storia contemporanea spagnola. Da una riunione che si tiene a Bologna, esce l’idea di dare vita a una rivista storiografica che serva da punto di riferimento per ricercatori italiani e spagnoli. L’Istituto Salvemini si dimostra fin da subito interessato a sostenere il progetto e, infatti, vi parteciperà poi in modo attivo. Questo spiega perché la rivista abbia sede a Torino.

Con il secondo numero del 2017 siete giunti al ventiseiesimo anno di pubblicazioni. Che bilancio fa di questi 52 numeri pubblicati?

Senza presunzione, direi che il bilancio è senz’altro positivo. A inorgoglirci sono soprattutto due aspetti. Anzitutto la nostra regolarità, cioè il fatto di non essere stati mai costretti ad uscire con un numero doppio. In secondo luogo il riconoscimento dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione Universitaria della Ricerca (ANVUR) che ha collocato la nostra rivista nella Fascia A, cioè in quella delle migliori pubblicazioni dal punto di vista della qualità scientifica. Si tratta di un risultato di notevole valore, frutto del lavoro severo e rigoroso di valutazione (attraverso la Blind peer review) degli articoli che riceviamo. Stiamo rinnovando il sito della rivista e tra qualche mese saranno open access tutti i numeri, esclusi quelli degli ultimi tre anni. Negli ultimi tempi abbiamo introdotto una serie di novità che hanno ulteriormente migliorato la qualità della rivista. Ma il nostro impegno è quello di migliorarci ancora.

Prossimamente uscirà il numero 53. Ci può fare un anticipo dei temi che verranno trattati nel nuovo numero?

Da qualche anno abbiamo iniziato a pubblicare dei dossier tematici, non come regola fissa, ma come possibilità, specie quando riceviamo proposte in tal senso, che riteniamo accoglibili. Nel prossimo numero pubblicheremo un dossier sulle organizzazioni giovanili del franchismo, curato da Marco Fincardi e Sandra Souto Kustrin, che nella loro documentata introduzione collocano le esperienze spagnole in un quadro europeo di notevole interesse storiografico.

Quale tema le piacerebbe in futuro trattare maggiormente e dare maggior rilevanza?

Spagna contemporanea è, come suol dirsi una rivista “generalista”, nel senso che è aperta a studi che riguardano tutti gli aspetti della storia spagnola contemporanea. Il nostro sforzo è stato anche quello di sottrarci alla “rincorsa del calendario”, cioè a quella storia che si affida a ricorrenze e anniversari per far procedere la ricerca. E le assicuro che non è stato e non è facile, anche se di tanto in tanto è saggio cedere. Anche perché sarebbe un po’ bizzarro, quando la storia invade lo spazio pubblico, come avviene in occasione degli anniversari, parlare solamente d’altro.

Che periodo storico ritiene sia quello più importante per le relazioni tra Spagna e Italia?

Limitatandomi all’età contemporanea, gli anni di maggiore interscambio, vicinanza e intreccio tra i due paesi sono stati quelli della Guerra civile del 1936-39. Non a caso sono stati anche quelli più studiati. A ben guardare, però, le relazioni tra Spagna e Italia sono state intense, o per lo meno significative, sia prima che dopo la seconda metà degli anni Trenta del Novecento. Lo sono state ai tempi della Costituzione di Cadice, dei moti liberali del primo Ottocento e della reazione antiliberale, con la Prima Repubblica e nel breve regno di Amedeo di Savoia, nei convulsi primi decenni del Novecento, durante la dittatura di Primo de Rivera, negli anni del franchismo e nella Transizione alla democrazia. Considerando i diversi piani (diplomatico, politico, economico, ideologico e cuturale), ci si rende conto che facendo leva sull’uno o sull’altro (e spesso su più di uno), i rapporti tra i due paesi non si sono mai interrotti.

E quale periodo storico, nelle relazioni tra questi due paesi, le chiama maggiormente l’attenzione?

Per quanto mi riguarda, non sono interessato ad alcuni anni o periodi in particolare, ma piuttosto ad alcuni temi (cultura religiosa, cattolicesimo, processi di modernizzazione, antisemitismo, nazionalismo) che debbono essere studiati in relazione a periodi di tempo non brevi.

Di cosa si discuterà il prossimo ottobre in occasione del programma Pop y Protesta 1968-2018 che verrà organizzato anche presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino?

Il tema centrale sarà quello di individuare le manifestazioni con cui il 68 si presentò in Spagna, nonostante la dittatura franchista, e allo stesso tempo di mettere a fuoco le ripercussioni che il ’68 europeo (ma sopratutto francese e italiano) ebbe nel paese iberico.

Ha mai vissuto in Spagna?

Sì, due volte per alcuni mesi. Poi per soggiorni più brevi di alcune settimane, diverse volte all’anno, quasi tutti gli anni da oltre tre decenni, per ricerche e partecipare a seminari e convegni.

A livello personale, che elemento trova che unisca maggiormente Spagna e Italia?

I nostri sono due paesi diversi, che paiono vicini e simili solo a uno sguardo superficiale. E diversi sono pure al loro interno, per le profonde differenze territoriali. Diversità che costituiscono in entrambi i casi una ricchezza, da studiare, ma anche di cui saper godere. Visto che la domanda è personale, le dirò che ciò che mi attrae è proprio ritrovare in Spagna quelle diversità di cui ho imparato, con gli anni, a godere in Italia. È sentirsi a casa propria bevendo dalla grolla in Val d’Aosta o escanciando sidra nelle Asturie, gustando gli arroces di Alicante o la pizza con salsicce e friarielli a Napoli.

Che libro consiglierebbe a chi volesse approfondire il legame tra la cultura spagnola e l’italiana?

Partendo dalla risposta precedente, mi verrebbe da suggerire un libro di cucina che mettesse a fuoco (in questo caso sul fuoco) gli ingredienti, i piatti e le modalità di preparazione degli stessi, insomma le ricette delle due tradizioni culinarie, entrambe molto ricche e territorialmete variegate. Ma ignoro l’esistenza di un libro con queste caratteristiche e, a pensarci bene, credo che non esista neppure un libro da indicare a chi volesse approfondire i legami tra la cultura spagnola e italiana. Posso sbagliarmi, ma credo che un libro con queste caratteristiche sia ancora da scrivere.